Per l'ennesima volta, nell'articolo pubblicato sul Corriere del Giorno riguardante l'esito di "Mottola A.D. 1102 - L'Assedio" viene utilizzato il nome di Alibrando. Pazienza, ormai la frittata è fatta, una volta in più non cambia niente.
Tuttavia, mi ha incuriosito come nell'articolo si insista nel sostenere che la «stranezza» dell'adozione di un patrono inglese a Mottola (oltre che con l'analogia tra la morte dell'arcivescovo di Canterbury e il vescovo mottolese Alimberto) si possa spiegare con la fuga e l'esilio in Italia di uno degli assassini, William de Tracy, e con la sua morte a Cosenza. Questa tesi è sostenuta da Pasquale Lentini nel suo ormai classico Storia di Mottola (SEM, 1978) e in un fascicolo illustrato su San Tommaso realizzato alcuni anni fa.
Io non sono per niente convinto che la morte di William de Tracy «nella vicina» Cosenza (come la definisce Lentini) sia stato un fattore fondamentale per la diffusione del culto di San Tommaso Becket nel meridione d'Italia, e della sua notorietà a Mottola. Cercherò di spiegarne i motivi:
- il cavaliere De Tracy avrebbe dovuto possedere un carisma ben notevole per avere un'influenza tale da riuscire a diffondere, da solo, il culto di un santo nel raggio di chilometri e chilometri (per quanto possa essere stato «segnato» dal violento atto, essendo stato lui in prima persona a compierlo);
- l'ipotesi che il nuovo Patrono sia stato scelto all'indomani della ricostruzione di Mottola è una delle più accreditate, ma occorre tenere presente che, sebbene tradizionalmente la ricostruzione di Mottola venga collocata all'incirca alla fine del XII secolo, tuttavia ciò è frutto di congetture e non ha il supporto di documenti certi (invece nell'articolo sul Corriere viene dato addirittura il 1195 come data presunta dell'evento). Di conseguenza, la ricostruzione potrebbe aver avuto luogo molto prima, per cui l'adozione potrebbe essere avvenuta quando la vita della nuova cittadina era ormai in pieno svolgimento. E' dunque strano che sul territorio (Calabria, Basilicata, Puglia) non vi siano altri comuni che, seguendo l'esempio di Mottola, siano devoti a San Tommaso Becket, o sui quali, comunque, non si sia fatta sentire la sua influenza;
- la teoria di cui sopra dovrebbe spiegare come mai il paese di Ponte di Piave (provincia di Treviso) abbia anch'esso Tommaso Becket come suo Santo Patrono, pur essendo molto distante da Cosenza rispetto a Mottola (o da altri luoghi in qualche modo collegati a Tommaso Becket).
Tutto sommato, non c'è neppure bisogno della teoria del cavaliere morto nei dintorni. La vicenda di Tommaso Becket ebbe un'eco enorme, e un tale impatto sull'immaginazione popolare, da propagarsi con energia fino a raggiungere posti lontani, ben oltre il periodo successivo alla morte del Santo. Basti pensare che nel Trecento, dunque già duecento anni dopo, questa eco non era spenta, tanto da suscitare, nella lontana Islanda (stavolta lontana per davvero!), la stesura della Thomas Saga Erkybiskups, lunghissimo componimento scritto in islandese e attribuito all'abate Arngrim.
Se invece si vuole dare un'occhiata ai soli anni immediatamente successivi alla morte di Tommaso Becket, si ebbe la realizzazione delle seguenti opere (fra parentesi, la data presunta di stesura) (*):
1) la Vita S. Thomae di Edward Grim (1171-72);
2) la Vita et Passio S. Thomae di William di Canterbury, seguito da un ponderoso volume di Miracula dello stesso autore (1174);
3) la Vita S. Thomae di Herbert di Bosham (1184-86);
4) la Vita S. Thomae di Alan di Tewkesbury, opera citata dal Bosham (1174-76);
5) la Vita S. Thomae di William FitzStephen (1173-74);
6) la Vita S. Thomae a volte attribuita a Roger de Pontigny, a volte attribuita ad anonimo (1176-77);
7) la Vie de Saint Thomas, scritta in francese da Guernes de Pont Saint Maxence (1172-74) - (queste ultime due opere testimoniano la fama di San Tommaso Becket oltre i confini dell'Inghilterra, noché un desiderio di diffonderne le vicende anche in lingua volgare);
8) la Vita di John di Salisbury (1174-79)
9) una Vita anonima contenuta nella cosiddetta Lambeth Collection, scritta da un monaco che si dichiara spettatore dell'assassinio (1180 circa);
10) un'opera di Robert di Cricklade, andata perduta (1180);
11) la Passio S. Thomae di Benedict di Peterborough, anch'esso seguito da un abbondante tomo di Miracula (1174);
12) il cosiddetto Quadrilogus, compendio composto sulla base delle Vitae di William di Canterbury, John di Salisbury, Alan di Tewkesbury e Benedict di Peterborough (1199).
Come vedete, non abbiamo ancora oltrepassato la barriera del secolo, e siamo fermi al trentennio successivo alla morte dell'Arcivescovo; eppure, vi sono già dodici opere documentate.
Un evento di tale portata aveva dunque forza sufficiente per giungere in Puglia da solo.
(*) Fonti: Pier Giorgio Vautero, Thomas Becket nella letteratura inglese ed europea, Verona, Il Segno, 1991; James Craigie Robinson, Materials for the history of Thomas Becket, Archbishop of Canterbury, 7 voll., London, Longman 1875.