Dal Corriere del giorno di ieri:
"Facciamone una scuola"
Il sindaco Quero propone di trasformare in locali per specializzazione di terapisti l’ex sanatorio, poi ospedale Umberto I, al centro del paese, ora vuoto e abbandonato
MOTTOLA - Dal 2003, anno in cui l’ospedale "Umberto I" si è trasferito in via Silvio Pellico, l’immobile che lo ospitava è rimasto completamente vuoto ed inutilizzato, oltre che in uno stato di totale abbandono. Per circa un secolo, quella struttura, che si erge nel centro del paese, ha rappresentato il baluardo della storia sanitaria mottolese: prima ex sanatorio, si è, poi, trasformata in un’eccellente realtà ospedaliera, che ha rappresentato per anni un importante punto di riferimento per la Medicina, Chirurgia, Ostetricia e Ginecologia territoriale, sia per l’esperienza dei medici impiegati, Carlo D’Aprile, Gianfranco De Carlo, Gennaro Morelli, Giuseppe Scoletta, Angelo Tagliente, sia per la qualità di servizi sanitari resi, davvero elevata, tale da richiamare pazienti da ogni parte.
Adeguato alle norme di sicurezza, da oltre due anni il vecchio nosocomio, che si affaccia sulla rotonda del paese, ovvero sulla terrazza panoramica, che guarda al Golfo di Taranto, è in completo disuso. Di qui, la volontà espressa dal sindaco Quero di utilizzare la struttura, magari come scuola di specializzazione per i terapisti della riabilitazione, dal momento che la speranza, mai persa, è quella di vedere il nuovo "Umberto I" destinato alla riabilitazione d’eccellenza.
Una proposta, questa, non limitativa, dal momento che potrebbero esserne indicate ed accolte altre, finalizzate esclusivamente al riutilizzo della vecchia struttura ospedaliera, che va riportata in vita. A tale scopo, il primo cittadino di Mottola ha scritto una missiva al presidente della Giunta regionale, Nichi Vendola e all’assessore alla Sanità, Alberto Tedesco, affinché prendano in seria e dovuta considerazione la possibilità di un reale riutilizzo del vecchio nosocomio mottolese, anche nel rispetto della memoria di chi, in quell’ospedale, ha lavorato per la vita degli altri o di chi, nella stessa struttura, ha recuperato il diritto alla salute. (Maria Florenzio)
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