lunedì 19 novembre 2007

Meno aziende, più occupazione

Il Prodotto Interno Lordo di Mottola è passato, dal 2001 al 2004, da 179 a 199 milioni di euro circa, registrando, dunque, un incremento del 11,17% in tre anni; il Pil pro capite, invece, è passato da 10.847 € a 12.018 €, registrando un incremento del 10,8% (fonte: Osservatorio Regionale Banche – Imprese di Economia e Finanza).

In media, nella provincia di Taranto, il Pil pro capite è passato da 13.530 a 15.030 € (+11,1%).


I paesi più ricchi risultano Taranto (Pil pro capite: 22.370 €), Martina Franca (17.660 €), Castellaneta (17.370 €), e Ginosa (16.450 €). Davanti a Mottola, in questa classifica, ci sono anche Laterza (12.270 €) e Massafra (12.480 €).

Se invece consideriamo la classifica dei paesi che sono cresciuti di più (in termini di variazione del Pil pro capite nello stesso periodo), Mottola scende addirittura al 16° posto, dietro a: Statte, Carosino, Ginosa, Fragagnano, Massafra, Faggiano, Grottaglie, Maruggio, Crispiano, San Giorgio Jonico, Castellaneta, Manduria, Pulsano, Martina Franca e Taranto.


Nonostante l’insediamento della zona industriale, dunque, l’indicatore del tenore di vita della popolazione mottolese è ancora inferiore alla media della provincia jonica (-20%); e Mottola cresce meno velocemente di molti altri paesi.


Il nostro Sindaco ha annunciato il prossimo insediamento di ulteriori 21 aziende (6 entro la fine del 2007 e 15 entro la fine del 2008).

Non sappiamo se questo si realizzerà effettivamente (il 2007 volge al termine e non si sono viste nuove aziende insediarsi fino a questo momento); tuttavia, riteniamo che un indicatore più efficace della futura crescita economica del nostro paese possa essere non tanto il numero di aziende prossime all’insediamento, quanto il numero di posti di lavoro che esse saranno in grado di creare.


Meno aziende e più posti di lavoro, dunque. Favoriamo di meno le imprese e/o gli imprenditori locali e concediamo concrete opportunità ad aziende desiderose di investire nel nostro territorio con progetti di sviluppo che prevedano il maggior numero di nuove assunzioni!


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23 commenti:

  1. Come dice il vostro caro sindaco: "... PER CONTINUARE A CRESCERE... INSIEME". Bene se continuate a crescere così riuscirete a breve a essere l'ultima città della provincia. Ma questo conta poco per chi in fondo vive felicemente narcotizzato.

    Invidio il vostro sindaco: magari riuscissi anch'io a imbalsamare nella stessa maniera le menti dei cittadini della mia cara Springfield.

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  2. non credo che tutto questo sia stato abbondantemente argomentato nel "Ta-Tse-Bao" apparso davanti la sede di Forse Italia (oggi), Partito del Populismo Italiano (domani), ehehehehe che ridere...

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  3. Queste statistiche mi fanno paura!da cittadino mottolese sono preoccupato per l'avvenire dei miei figli e dei giovani in generale.Bene farebbe il ns sindaco a darci spiegazioni.....non sò......in qualche telegiornale....Berlusconi docet!.....a proposito, per caso il Cavaliere in queste ultime ore ha costituito un altro partito?!?!?

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  4. La crescita economica non c'è, molte giovani coppie comprano casa nei paesi limitrofi svuotando di fatto la nostra città. Dove andremo a finire? Cosa sarà di Mottola fra dieci anni? Vorrei che il sindaco invece di pensare alla sua campagna elettorale per le prossime regionali, inizi a pensare seriamente alle sorti di questa nostra città e lasci perdere la raccolta di firme da portare a Taranto per dimostrare la sua forza elettorale (in piazza domenica mattina c'era anche l'assesore al personale, tale Ciarella Antonio, votato nella lista della Democrazia Cristiana, il quale si affannava a portare quanta più gente possibile a firmare per il partito del sindaco). Tutto questo a Mottola serve poco anzi, non serve a niente. Il paese langue, i problemi aumentano ed il sindaco che fa?

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  5. Mi preme precisare, e credo si avinca anche dai dati esposti nel post, che Mottola è un paese in crescita (Pil pro capite: +10,8% in 3 anni), anche se la crescita è meno marcata che in altri paesi della provincia jonica.



    La situazione non è poi così catastrofica da questo punto di vista (secondo me batman e i suoi figli possono dormire sonni tranquilli); il punto su cui mi piacerebbe si aprisse un dibattito è su come sfruttare appieno le potenzialità di ulteriore crescita del nostro paese. E quindi capire se effettivamente favorire l'insediamento di grosse aziende in grado di creare maggiore occupazione anche a scapito degli imprenditori locali sia una strada percorribile; e se ce ne siano altre, magari anche più efficaci.

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  6. Non saremo alla frutta, ma non stiamo neppure tanto bene. Se produciamo un PIL pro capite mediamente abbastanza alto e, d’altra parte, lo accresciamo ogni anno in maniera ridotta rispetto alla maggior parte degli altri comuni della provincia, questo significa che sulla collina non riusciamo a convertire efficacemente la ricchezza esistente in nuova ricchezza, e quindi in concrete occasioni di sviluppo.



    Perché avviene questo fenomeno? In un altro post del blog, affermavo che a Mottola l’investimento preferito dalla maggior parte della popolazione per la ricchezza risparmiata ai consumi è rappresentato dalla rendita speculativa, in gran parte concentrata sull’investimento immobiliare. Il mattone, infatti, viene considerato unanimemente dai mottolesi un bene-rifugio sicuro, presumibilmente al riparo da svalutazioni e turbe di mercato e abbastanza facilmente monetizzabile in caso di necessità. Sulla carta, il ragionamento fila, almeno fino a quando non scoppierà la grossa bolla speculativa che è la conseguenza di questo comportamento collettivo, con prezzi nominali stratosferici ed un mercato di fatto asfittico, completamente circoscritto alla dimensione locale.



    Ma non voglio fare la Cassandra dei palazzinari mottolesi… Torniamo al PIL della collina. Se vogliamo più PIL per tutti, noi mottolesi dovremmo fare esattamente il contrario di quello che abbiamo fatto finora, agire esattamente all’opposto rispetto a questo pensiero dominante, e puntare ad investire la ricchezza che attualmente viene risparmiata e depositata nelle banche e nei fondi comuni, viceversa in investimenti nei settori primario, secondario e terziario avanzato. Agricoltura, artigianato ed industria, turismo, servizi: questi sono settori nei quali ogni euro investito crea nuovi bisogni di manodopera, nuova occupazione e quindi nuovi redditi, che saranno in parte consumati ed in parte risparmiati, quindi reinvestiti in nuovi investimenti produttivi. Insomma, il circuito virtuoso dello sviluppo…



    A Mottola, invece, il persistere dell’investimento parassitario, la cui rendita-tipo è rappresentata dall’ affitto dell’appartamento, produce al massimo ricchezza per l’investitore, ma non crea altri nuovi redditi nell’indotto, e quindi non aziona a dovere il meccanismo del moltiplicatore, perché in tal modo sono depressi anche la velocità di circolazione del denaro e la propensione al consumo. Come si fa ad avere un mercato che consuma se poca gente, pochi giovani hanno un reddito e quindi girano pochissimi soldi da spendere?



    E’ un gatto che si morde la coda. D'altra parte, a Mottola la paura dell’investimento innovativo “difficile” ci impedisce di avere servizi "normali" per una comunità di 16000 anime del XXI secolo, come un cinema, un bowling, una discoteca, una libreria, un autonoleggio, per limitarci solamente al terziario. In tal modo, oltre che l’economia si deprime anche la qualità della vita, naturalmente.



    Quando molti di noi dicono che a Mottola si vive male, io credo che questo sia solo parzialmente vero, e soprattutto il discorso vale per le concrete conseguenze di questa mentalità eccessivamente individualista, utilitaristica e sparagnina – dai tratti decisamente “montanari” – che condiziona la nostra comunità nell’apertura al nuovo, e quindi ritarda il suo sviluppo sostenibile.



    Altri centri a noi vicini, ai quali guardiamo con invidia ed ammirazione, come Noci e Putignano, trent'anni erano uguali a Mottola, oggi sono delle città ricche e piene di vita. Loro hanno saputo osare la sfida, ed i risultati si vedono. Anche il Veneto, fino a quarant’anni fa era una regione tra le più povere d’Italia, una terra di emigrazione, ma negli ultimi decenni ha saputo cambiare velocemente mentalità ed è diventato ben presto il motore economico del Nord-Est che tutti conosciamo. Quando tutti noi, come ha osato meritoriamente De Carlo senior dieci anni fa, capiremo la necessità del cambiamento e dell’adeguamento alla modernità, allora avremo ‘cchiu PIL pi’ tutti.

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  7. Non capisco quale intricato ragionamento porti l'autore dell'articolo ad affermare la necessità, da parte del nostro comune, di favorire di meno le imprese locali a favore di imprese con progetti di sviluppo seri per il nostro territorio. E chi, se non le aziende locali, possono essere gli artefici di questo cambiamento?? Anche l'ILVA a Taranto è una sola grandissima azienda che ha portato ad una miriade di nuove assunzioni (all'epoca), e non mi sembra che sia stata una grande intuizione dell'allora amministrazione comunale del capoluogo!! Credo, piuttosto, che le imprese esterne debbano per lo più affiancare le "nostre" per favorirne la crescita, ma mai sostituirsi completamente ad esse.

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  8. L'intricato ragionamento è il seguente: secondo me, si tratta dunque di una mia opinione, se 21 aziende da 5 dipendenti ciascuna danno lavoro a 105 persone, e 5 aziende da 50 dipendenti ciascuna danno lavoro a 250 persone, è preferibile puntare sulle 5 aziende.



    L'ILVA di Taranto non è stata una grande intuizione non certo perchè non sia stata in grado di creare nuovi posti di lavoro; non lo è stata per altri motivi, che tutti conosciamo.



    Imprese "esterne" che affianchino quelle locali? che significa?

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  9. "...se 21 aziende da 5 dipendenti ciascuna danno lavoro a 105 persone, e 5 aziende da 50 dipendenti ciascuna danno lavoro a 250 persone, è preferibile puntare sulle 5 aziende"



    Ancora meglio 1 azienda da 350 dipendenti, allora...

    E se dovesse fare come la Miroglio o la Sural che sono scappate col malloppo?



    Mah... io sono un po' scettico su questa tua teoria...

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  10. ho estremizzato per spiegare meglio il concetto.

    è chiaro il numero di posti di lavoro non deve essere l'unico criterio di selezione delle aziende da parte dell'amministrazione. Vanno valutati una serie di fattori, compreso quello di cui parli tu.



    Cmq, ripeto, la mia è solo una proposta su come sfruttare meglio le potenzialità della nostra Mottola.

    Se ne avete di diverse, avanzatele pure.

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  11. Fai benissimo Dirac, a precisare che il fattore "posti di lavoro" non è l'unico in grado di influenzare lo sviluppo delle nostre aree industriali. In seconda analisi, quando ho scritto che un grande gruppo di matrice esterna potrebbe al massimo affiancare le imprese locali, l'ho fatto perchè in questo modo crescerebbero le opportunità di apprendimento di quei meccanismi gestionali che permetterebbero a tutti di apprendere il know-how di imprese più navigate. In poche parole, si deve far distretto ed evitare un eventuale "sacco" delle nostre risorse umane da parte dei forestieri.

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  12. Si però mettiamoci d'accordo. Non è che parliamo tanto di disoccupazione, di emigrazione da Mottola (soprattutto da parte dei laureati, ormai), e poi se ci sono delle opportunità di impiego, anche offerte da "forestieri", dobbiamo fare tanto gli schizzinosi!

    Io suggerisco semplicemente di vedere la questione dalla prospettiva di chi un posto di lavoro non ce l'ha. E che probabilmente avrebbe più possibilità di trovarlo se a insediarsi fossero aziende più strutturate e più grandi, con progetti di sviluppo che prevedano nuove occupazioni.

    Ciò che io discuto è il campanilismo a tutti i costi; per cui ben vengano imprese locali, purchè abbiano anche esse un progetto di sviluppo che preveda un certo numero di nuove assunzioni.

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  13. Caro Dirac, credo che nessuno ci venga ad offrire nuovi posti di lavoro senza mirare al raggiungimento di un suo interesse. Pertanto, se Mottola dovesse essere scelta da grosse aziende esterne per nuovi insediamenti industriali, questo potrebbe essere verosimilmente causato o dalle "economie esterne" esistenti nella nostra z.i. (leggi la vicinanza al porto di Taranto, alle autostrade e ferrovie, il buon prezzo delle aree, l'esistenza delle urbanizzazioni, l'assenza di racket, ad es.), oppure perché ci stanno tirando un bidone ambientale. Quindi, se permetti, non sarebbe male - qualora questa eventualità si presentasse - fare un po' gli schizzinosi e prestare molta attenzione, o meglio non fare come i buoni selvaggi che scambiavano i loro monili d'oro con dei banali specchietti. Distilleria docet... (a proposito, quanti addetti ha? Quanti di essi sono mottolesi?)



    In ogni caso, se miriamo ad uno sviluppo locale compatibile e sostenibile, è l'imprenditoria locale che deve essere spronata ed incentivata. Un tessuto connettivo di piccole e medie aziende, messo su con la caparbietà ed i sacrifici di decine di imprenditori locali, è certamente molto più garante di radicamento e di continuità rispetto ad una grande azienda-cattedrale nel deserto, nata magari grazie ai soldi a pioggia dello Stato o della UE, e che taglierà la corda, magari delocalizzandosi, non appena la congiuntura economica cambia.



    E' questa la lezione che abbiamo appreso tutti, soprattutto nel sud, dal sostanziale fallimento della politica dei "poli di sviluppo" attuata nel primo dopoguerra. Attualmente, i grandi poli industriali del nord, Veneto in testa, sono costituiti dal pulviscolo di una miriade di aziende di imprenditori locali. Personalmente, preferirei questa seconda opzione.

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  14. serghej,

    le aziende private hanno come obiettivo la massimizzazione del loro reddito. In molti casi se questo obiettivo si concilia con quello di molte persone in cerca di lavoro, il connubio può essere favorevole.

    Se questo si verifica grazie alla posizione strategica della nostra z.i. o per causare disastri ambientali è compito delle nostre amministrazioni discriminarlo.

    Sulla distilleria l'amministrazione di centro sinistra pre-Quero ha preso un granchio.

    Sull'industria tessile, visto che ci lavorano 120-150 persone (non so quante siano esattamente) credo che il risultato, ad oggi, sia diverso.

    Sproniamo e incentiviamo l'imprenditoria locale, sono d'accordo. Ma solo in presenza di un progetto di sviluppo interessante.

    Eviteremmo, per esempio, di vedere aziende che operano nel commercio insediarsi in una zona industriale. Non è questa una contraddizione?

    O aziende che sono lì già da un po' di anni che non hanno realizzato nessuna ulteriore assunzione.

    Ripeto, ma giusto per chiarire. Non penso che bisogna assegnare i lotti a cani e porci. Solo credo occorra valutare adeguatamente anche in base alla possibilità di creare il maggior numero di posti di lavoro.

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  15. Sto constatando, Dirac, che non arretri di un millimetro dalla tua posizione e, conoscendo le doti di testardaggine dei mottolesi, non ho mai dubitato di questo. Capisco che per te il problema del posto di lavoro è di primaria importanza e comprendo anche il tuo desiderio di concretezza nell'affermare questo. La questione è che, per un amministratore, questo tipo di ragionamento è limitativo. Bisogna sempre guardarsi dal politicante che promette valanghe di posti in campagna elettorale (e nel nostro sud è di norma). Questo denota scarsa visione di lungo periodo, nonchè fragilità politica, in quanto sarebbe capace anche di "vendere" il proprio territorio (e il seguito di potenziali occupati) al miglior offerente. Il succo della discussione è tutto qui. La politica dovrebbe sempre cercare, anche dinanzi ad offerte solo potenzialmente allettanti, di restare al di sopra delle parti e di non farsi prendere da euforie che non danno garanzie. Almeno è quello che ci dovremmo augurare tutti...

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  16. "Attualmente, i grandi poli industriali del nord, Veneto in testa, sono costituiti dal pulviscolo di una miriade di aziende di imprenditori locali. Personalmente, preferirei questa seconda opzione."



    Infatti. Ricordo un servizio passato in televisione, realizzato nel Veneto, che parlava proprio di questo. Il 90 percento sono aziende famigliari.

    Uno degli intervistati metteva in evidenza i molteplici vantaggi di una simile struttura. Ricordo una frase in particolare: "Se tutte le piccole aziende esistenti assumessero un solo lavoratore a testa, avremmo centinaia e centinaia di nuovi posti di lavoro..."

    Poi parli di queste cose qui a Mottola, dici che non vorresti una sola grossa azienda ma tantissime piccole aziende, tutte molto attive e agguerrite... e ti prendono per imbecille.

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  17. AndrewCunanan, non credo che stiamo qui a sfidarci per stabilire chi arretri prima dalla sua posizione.

    Siamo qui a confrontarci su un determinato argomento.



    La pensiamo in maniera diversa ma, mi sembra che ognuno di noi stia rispettando l'opinione degli altri.

    Questo rende la discussione interessante e costruttiva, a mio modo di vedere.



    Ricordo quando con metaterpe abbiamo pensato a questa rubrica (Scrittura cor(ro)siva) ci siamo augurati di incontrare tanta gente con opinioni diverse da quella di chi scrive.

    Sono testardo come un mulo, concordo, ma trovare commenti che esprimono opinioni diverse dalla mia, per me è un successo.



    Per il resto, se analizziamo bene, su alcuni punti alla fine stiamo dicendo la stessa cosa.

    Mi piacerebbe sapere, per esempio, quante assunzioni abbiano realizzato nel tempo le aziende venete di cui parlano serghej e Groucho e confrontarle con il trend delle aziende familiari locali.

    E' una questione di cultura. L'imprenditore veneto ha ambizioni di crescita continua, quello locale spesso "si accontenta" di aver raggiunto una dimensione minima.

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  18. "E' una questione di cultura. L'imprenditore veneto ha ambizioni di crescita continua, quello locale spesso "si accontenta" di aver raggiunto una dimensione minima."



    Mi sa che è proprio qui che bisogna lavorare.

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  19. Non preoccuparti dirac, la mia era solo una battuta sulla ripetitività degli interventi della discussione. E a quanto leggo, l'hai capito anche tu. Allora, nel tuo commento parli di dimensione minima delle nostre imprese e della loro incapacità di crescere come un limite o un difetto. Il punto è che questo, invece, è un vantaggio, perchè proprio dalla varietà nasce il confronto, l'apprendimento e lo sviluppo. Se proprio dobbiamo cercare un difettuccio su una z.i. vogliosa di crescere dalle nostre parti, lo troviamo nella difficoltà di trovare personale molto qualificato (ad es. un Industrial Design Director) pronto a trasferisci dalla metropoli al paesino sperduto di provincia. La sfida sta qui, e c'è già chi ha provato ad affrontarla (vedi http://www.ciim.it/confitaliani/new/news.aspx?id=792).

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  20. Andrew, non è che ci stiamo mordendo un po' la coda?

    Secondo il tuo ragionamento:



    1) dimensione minima = vantaggio

    2) vantaggio = confronto, apprendimento, sviluppo



    mi chiedo: sviluppo non significa anche crescita nelle dimensioni? e quindi dimensione non minima?



    Sono d'accordo con te. Il confronto è opportunità di crescita e sviluppo. Ma questo prescinde dall'essere collocati a 100 metri di distanza.

    Le partnership, o mi viene in mente anche lo studio delle "best practices", sono ostacolati non tanto dalla distanza geografica, quanto da quella culturale.



    Quanto alla disponibilità di personale molto qualificato a trasferirsi nella nostra z.i., converrai con me che, fino a quando ci saranno aziende di 3/5 dipendenti, quel tipo di personale difficilmente troverà attrattiva questa possibilità.

    Le aziende che operano a San Basilio o a Mottola e che invece hanno raggiunto una certa dimensione (e noi mottolesi siamo fortunati a poter fare degli esempi in questo senso), credo che abbiano meno difficoltà a reperire quel tipo di figure, potendo offrire maggiori opportunità.

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  21. La discussione si fa interessante...non saremmo male come economisti!! Ti volevo dire però che, in realtà, siamo in disaccordo semplicemente perchè abbiamo due visioni diverse dello stesso problema e cerchiamo di risolverlo in 2 modi diversi. Tu nell'ottica aziendalistica ed io in termini di sviluppo socio-economico. Quello che tu scrivi è sacrosanto...tutte le imprese hanno l'impellente necessità di crescere ed ingrandirsi. E' altrettanto importante, però, da parte di chi questo sviluppo lo deve regolamentare ed amministrare, tutelare il territorio e la popolazione coinvolta, per evitare che lo stesso divenga selvaggio. Leggo inoltre, che secondo te, la distanza culturale andrebbe anteposta a quella geografica nella scala delle ragioni dello sviluppo, andando in direzione opposta alla teoria economica dei distretti che si basa proprio sulla contiguità territoriale...hai una bella responsabilità.

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  22. sono d'accordo con te. io ho una visione aziendalistica, tu ragioni in termini di sviluppo socio-economico.

    Credo, però, anzi io ne sono convinto, che proprio dall'incontro di queste due prospettive diverse, possa venir fuori qualcosa di molto interessante.



    Io lavoro in azienda. E ti dico che le migliori opportunità di crescita, sia a livello personale, sia a livello aziendale, le ho colte interagendo con fornitori, partner ecc., collocati geograficamente al nord dell'Italia.

    In passato mi è capitato di interagire con Americani e Indiani.

    La tecnologia ci dà una grossa mano in questo.

    A questo proposito, ti segnalo lo sviluppo organizzativo dei distretti industriali: il ruolo dell'ict. Distretti organizzati in rete. Può essere un'ipotesi?

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  23. Grazie mille per il link ;) E' proprio vero, la tecnologia è alla base dello sviluppo delle conoscenze e delle professionalità, ed è quantomai necessario ad un nascente distretto come il nostro. Il futuro sarà giocato proprio lì. Se il "pubblico" recepisse il messaggio che è uscito dalla nostra discussione, potrebbero (addirittura!!) sorgere dei vantaggi per chi investe dalle nostre parti. E sarebbe un bel passo avanti, dato che, se la memoria non mi tradisce, sarebbe la prima volta che questo accade.

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