Da Repubblica - Bari del 29 ottobre 2007, un'anteprima del prossimo romanzo di Mario Desiati.
Lo scrittore martinese Mario Desiati anticipa i temi del "Paese delle spose infelici", il romanzo che uscirà nel 2008 con Mondadori
La mia Taranto, una città dolente vista dagli occhi di un provinciale
Il contrasto fra il capoluogo jonico e la Valle d´Itria ha alimentato il desiderio di scrivere un nuovo libro
PER dieci anni ho covato l´idea di raccontare la mia terra, quella che negli atlanti è chiamata Murgia tarantina, ma che è un territorio variegatissimo che va dai colli bianchi della Valle d´Itria alla piana di carbone dello Jonio. Non ci sono mai riuscito, alla fine le storie che mi ossessionavano avevano tutte lo sfondo di Roma, la città in cui vivo.
Il premio Nobel Naipaul scrive che la letteratura si nutre soprattutto di ritorni. I miei ritorni in questi anni hanno confermato questo assunto, perché un ritorno genera sempre un nuovo punto di vista e dunque una riscoperta.
Il libro si chiamerà Il paese delle spose infelici partendo da un´antica leggenda martinese sulla ignota tristezza nel giorno delle nozze che vivono le donne martinesi e racconterà l´apprendistato della vita di un gruppo (branco) di ragazzi negli anni ´90 tra Taranto e Martina Franca.
Taranto prima o dopo bussa alle spalle di tutti i suoi figli: è una città con ingredienti unici per un qualunque narratore: il più grande impianto siderurgico d´Europa, due mari, un enorme arsenale, l´ultimo zoccolo duro della classe operaia italiana, due quartieri periferici come Paolo VI e Tamburi che nessuna città al mondo si sogna – se ne può avere solo uno, ma non tutti e due - , il dissesto finanziario, l´odore delle raffinerie, la processione dei Misteri, i colori del cielo, il torrente Taras e il suo carico di sortilegi, la passione calcistica con un tifo fuori dal comune, Giancarlo Cito, la statale 197.
Questo inadempiente elenco fa capire come sia quasi impossibile per un narratore nato e cresciuto tra i due mari, prescindere da questo luogo. Ma sul fronte narrativo c´è un aspetto che volutamente ho tralasciato sino ad ora e che mi ha sempre affascinato.
La provincia. Innanzitutto il grandissimo contrasto cromatico tra la Murgia carsica e bianca di Mottola, Massafra e Martina e l´immensa distesa metropolitana tarantina color ruggine. Un paesaggio che non passò inosservato a uno dei massimi critici d´arte italiani come Cesare Brandi e che si presta alla fotografia del cinema e a quella di un grande romanzo. Accanto a questo aspetto estetico anche uno antropologico: le piccole, quasi impercettibili, ma decisive differenze tra gli abitanti della città e quelli della sua provincia. Da Martina Franca la percezione di questa terra è molto diversa, le contraddizioni sono ancora più violente, la terra che Mario Soldati chiamava la Murgia Verde e di cui arrivava a dire che era il posto ideale dove trascorrere il resto della vita, con i suoi colori lattei e nitidi. In realtà proprio questa bellezza nasconde una sottotraccia di esistenze sulfuree.
Da un lato i piccoli demoni di provincia, coloro che colorano le loro esistenze di mitomanie, aneddoti, avventure di paese. Ma accanto a questo anche un aspetto meno pittoresco e più inquietante, quello di una borghesia impermeabile, un ceto medio chiuso dove si fa fatica a rintracciare le ragioni della sua chiusura. Martina Franca era una città che alla fine degli anni ´70 aveva vissuto una stagione d´oro, erano nati il Festival della Valle d´Itria, il Martinapoesia, decine di altre iniziative culturali che col tempo sono sparite. Ma lungi da voler trattare argomenti da proloco, il vero aspetto interessante è che il territorio è cambiato, è esattamente il luogo tipico della post-industrializzazione. Quei luoghi che hanno perduto molto delle loro risorse, risorse soprattutto umane.
Penso alla fortissima emigrazione giovanile che secondo i dati dello Svimez negli ultimi cinque anni ha raggiunto percentuali paragonabili soltanto ai grandi flussi migratori degli anni cinquanta. Ma non c´è bisogno dello Svimez, per chiunque della mia generazione basta prendere la foto di classe e contare le persone che sono rimaste sotto l´Ofanto per capire quanto oggi l´emigrazione giovanile sia il vero grande tema della nostra terra. Proprio in virtù di questo Taranto e Martina sono due facce della stessa medaglia, fra il capoluogo e il municipio più grande della sua provincia si avverte un malessere che non è soltanto quello economico che ha portato al fallimento il Comune tarantino e in acque torbide quello martinese, ma una sorta di spegnimento delle loro generazioni più giovani.
Penso a un fatto di cronaca stupefacente, ma al contempo molto emblematico. In estate hanno preso fuoco alcuni locali in un call center di Taranto. Appena la notizia è stata battuta dall´Ansa alcuni giornalisti si sono presentati per raccogliere testimonianze e immagini. È accaduto qualcosa che forse accadeva soltanto in terra di Cosanostra. Alcuni ragazzi usciti incolumi dall´incendio del call center misero le mani sull´obiettivo della telecamera per non comparire, come se l´occhio della telecamera e la libertà di poter esprimere un disagio o una paura, fosse pericoloso quanto almeno quell´incendio appena scampato.
Di questa generazione, i cui genitori lavoravano tra l´Italsider e la raffinerie tarantine da una parte e il grande polo tessile martinese dall´altra, non resta neanche l´eco delle lotte e delle rivendicazioni dei propri genitori. Una terra dove c´è la vocazione alla sconfitta e al precariato. Questo credo sia un tema decisivo che chiunque scrive e proviene da questa terra ha il dovere di provare a fare.
In questi mesi ho riannodato le mie radici, ho ripreso i contatti con coloro che sono rimasti, ho ascoltato le ossessioni che avevo lasciato anni fa quando partii, le storie che ho sempre voluto raccontare ma che non avevano ancora un finale.
Adesso i finali sono arrivati, le vite con cui sono cresciuto sono maturate e a volte marcite, adesso a chi sopravvive toccherà raccontarle.
MARIO DESIATI
Ma che tristezza!! Capisco l'intervento del 2 di Novembre, ma poverini i nostri giovani...non è di certo colpa loro se vivono nel tarantino e nel precariato.
RispondiEliminaChiedo scusa, devo aver combinato un pasticcio. Nel fare copia-incolla, nel corpo dell'articolo è finita una frase che non c'entrava niente con il testo di Desiati; viceversa, un'altra frase, appartenente al corpo del testo è finita nel «cappello».
RispondiEliminaPer il resto, non mi pare che il pensiero di Desiati sia disfattista o fatalista. E, anche se fosse, il compito della letteratura è proprio quello di scoprire i nervi più sensibili.
per me è triste l'indifferenza, non chi apre uno squarcio sulla nostra terra, raccontandone il suo fascino primitvo ma anche i suoi tratti più oscuri e drammatici, aiutando a svegliare tanta gente da un certo "torpore". in bocca al lupo a questo nuovo autore
RispondiEliminanon vorrei essere polemica,,,ma mi chiedo,,,perchè alcuni scrittori tarantini e della provincia ionica...che scrivono ottimi romanzi sulla vita nella loro terra...poi vivono fuori e magari da roma in sù???
RispondiEliminaLa mia ovviamente era una battutina provocatoria per creare una discussione sull'argomento, visto che è molto interessante (nei blog funziona così ;) )
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