Un mese fa.
«È morto un altro operaio all’Ilva, stanotte…»
Con queste parole mi ha accolto mia madre in cucina, la mattina del primo agosto 2007 alle 7 e 30. Di fretta, intento a prepararmi per uscire e andare alla fermata dell’autobus, ho giusto registrato l’informazione. E ho cominciato a pensare alla coincidenza che, il giorno prima, mi aveva fatto imbattere in una pagina web contenente informazioni su un libro che parla proprio dell’Ilva di Taranto.
Ero alla ricerca di informazioni su Flavia Piccinni, desideroso di sapere cosa avesse scritto questa promettente autrice tarantina prima di Adesso tienimi, e ho scoperto che nel volume collettaneo Un nodo d’acciaio, pubblicato da ExCogita a cura dell’Associazione TarantoViva, è contenuto un testo della Piccinni. Le mie ricerche su IBS e su altri negozi on line di libri erano state infruttuose: per acquistare il libro occorre richiederlo direttamente all’associazione oppure recarsi a Taranto in una delle librerie «convenzionate» (una manciata). Ma me l’aspettavo, per un libro “specialistico” pubblicato da una piccola casa editrice su iniziativa di un’associazione. Mi ero ripromesso di andare a Taranto appositamente per acquistarlo.
Ecco dunque che, a distanza di poche ore, l’Ilva di Taranto tornava ad infestare i miei pensieri. Così come tornava ad infestare i miei pensieri, mentre l’autobus pi portava a Bari, il nome di Gianluigi di Leo, l'operaio mottolese che perse la vita quasi due anni fa (il secondo anniversario cadrà fra pochi giorni, il 9 settembre).
Coincidenze.
Di solito non ho molte occasioni per andare in giro per la città di Bari. Quando termino i miei impegni, ho giusto il tempo per correre alla fermata e riprendere l’autobus per il ritorno, sperando che non sia già partito. Eppure, stranamente, quel primo agosto avevo a disposizione un quarto d’ora in più nella mia strada verso la fermata. Durante il mio spostamento, insolitamente calmo, sono stato attratto dalla copertina di un libro che spiccava dalla vetrina di un chiosco di giornali su Via Capruzzi.
Curioso: era proprio Un nodo d’acciaio.
Mi è parso davvero bizzarro il trovare, a Bari, un libro su Taranto, tra l’altro visto su Internet proprio il giorno prima. L’edicola in questione non era, ovviamente, annoverata nell’elenco dei punti vendita “convenzionati”; chissà come mai si ritrovava ad avere quel volume.
Coincidenze.
Chiesi all’edicolante quanto costasse il libro, ma era un mero temporeggiare, uno sperperare sprezzantemente quel tempo prezioso che di solito mi manca e del quale quel giorno, invece, potevo disporre con maggiore liberalità: qualunque fosse stata la cifra, sapevo già di essere disposto a sborsarla.
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La copertina blu è tra le mie mani. Sul sedile dell’autobus, sfoglio il volume alla ricerca del testo di Flavia Piccinni. «Questa è la realtà», un racconto di sette pagine. Ne scorro velocemente le righe, e mi accorgo che quel testo parla proprio della morte di Gianluigi di Leo. Certo, per esigenze letterarie e di tatto il nome è diventato «Gregorio» e il suo paese d’origine è stato spostato a Massafra, ma non ci possono essere dubbi: si parla di Gianluigi di Mottola.
«Secondo una ricostruzione fornita dalle organizzazioni sindacali, l'incidente era avvenuto nel Deposito bramme 2. Gregorio aveva concluso il suo turno di lavoro. Stava attraversando il capannone per andare a timbrare per l'uscita. In quel mentre due carri-ponte che trasportavano bramme si erano scontrati. Una trave era caduta da uno dei carri e lo aveva investito in pieno.» (pag. 55)
Coincidenze.
In realtà non credo alle coincidenze.
Non smetteremo di sentire dell’ennesimo morto all’Ilva se non si prenderanno provvedimenti seri nel campo della sicurezza, invece di limitarsi a battere il petto dopo.
Non smetteremo di imbatterci in libri e indagini sull’Ilva, se lo stabilimento, anziché essere una risorsa, continuerà a essere un problema, una «questione» irrisolta e irrisolvibile.
Non smetteremo di stupirci delle «coincidenze». E attenderemo sempre il prossimo articolo, il prossimo racconto, il prossimo libro che parli della morte di Domenico Occhinegro di Palagiano.
Ho letto d'un fiato "Adesso tienimi" che mi era "capitato" in casa. Mi è piaciuto "da morire". Mi ha anche commosso quella parte in cui si capisce chiaramente che lei (non Giulia!) prova, in realtà, tanta nostalgia per la sua città. Se fosse rimasta (viva!) in quel di Taranto, una tipa così avrebbe dato ancora qualcosa di positivo per un'inversione di rotta alla maledetta "tarantinità", all'indolenza, alla paralisi, all'incapacità dei locali di prendere in mano le sorti della città. Senza demagogie. Con l'amore per la propria terra. Se non si può chiudere l'Ilva, almeno limitiamone la catastrofe in termini di inquinamento e di morti sul lavoro! Noi tarantini abbiamo l'obbligo di contenere i danni, per noi stessi, e per i nostri figli. Altro che rigassificatore! Stiamo pronti.
RispondiEliminaMaria
In realtà il tema è "chiudere l'ilva"...che offre, a poco, un lavoro più pericoloso che fare il soldato in Iraq od in Afghanistan e che produce circa il 10% dell'inquinamento di tutta l'Europa.
RispondiEliminaDall'industria pesante, inquinante e pericolosa si può uscire, essendo disposti a pagarne le conseguenze, come hanno ben fatto a Bagnoli, a Genova, a Valenza...
Ma non abbiamo il coraggio... troppi interessi. Partiti e sindacati, soprattutto di sinistra, ma anche i cittadini di una provincia apatica ed indolente, comodamente assisa sul reddito metalmeccanico, una città incapace di vedere in cancro che la sta divorando e gli ambientalisti che combattono fiere battaglie conto i campeggi o le pale eoliche.
Daltra parte se la provincia di Taranto è tra le ultime nelle classifiche del meglio e tra le prime in quelle del peggio qualche motivo ci sarà o no?
N.Y.
Ad oggi si registrano nel 2007 sul lavoro (fonte:www.articolo21.info):
RispondiElimina713 (2,8 al giorno) morti
713908 (2878 al giorno) infortuni
17847 (72 al giorno) invalidi.
Proiettando a fine anno avremmo 1022 morti nel 2007, a cui vanno aggiunti (e non si può dire che l'ilva non dia il suo contributo in questo senso) i decessi che si verificano per aver contratto malattie gravi sul posto di lavoro. In ogni caso stiamo parlando di 5 disastri aerei o di 50 nassiria in in anno, con la differenza che mentre queste ultime occuperebbero le prime pagine dei giornali per settimane, dei morti sul lavoro nessuno, o quasi, ci informa.
Non so quanto la chiusura degli stabilimenti possa risolvere il problema senza crearne altri (cosa penserebbero della chiusura dell'ilva coloro che attualmente ci lavorano?).
Il problema vero è che spesso si perde il senso della vita umana, assoggettandola alle leggi del capitalismo e degli interessi economici.
Ecco dunque che il nostro Stato incentiva la costruzione di inceneritori (il cui unico effetto è quello di immettere nell'atmosfera nanoparticelle, con gravissime conseguenze sù chi è tanto sfortunato da inalarle) costringendoci, tra l'altro, a finanziare tutto ciò tramite una ulteriore tassa sull'energia elettrica, dopo aver assimilato tali impianti a fonti rinnovabili di energia. Ed ecco anche che le leggi sulla tutela e la sicurezza dei lavoratori sono poco applicate, visti gli scarsi controlli e la solita "incertezza della pena", su cui si potrebbe aprire un altro ampio dibattito.
L'ilva si configura come croce e delizia del nostro territorio, avendo cambiato, nel bene e/o nel male, la vita di molte famiglie.
Il problema va risolto a monte, in uno stato di diritto in cui non esista qualcuno che sia "più uguale" degli altri, in cui non ci siano interessi di pochi in grado di prevaricare il diritto stesso alla vita.
Dirac
Ilva croce e delizia?
RispondiEliminaAvere a due passi uno dei mostri più inquinanti al mondo, messo su con lo scopo non dichiarato di creare vaste clientele da sfruttare a fini politici, a me sembra soltanto un buon motivo per ordinare ai B52 un bombardamento a tappeto.
L'Ilva è stata la nostra rovina.
Ci ha impedito di pensare e di dedicare le nostre energie a soluzioni di sviluppo del nostro territorio in grado di accrescerne il valore e nello stesso tempo preservarlo dagli orrori del dissesto e del degrado.
Il termine "croce" era unicamente riferito al fatto che comunque una diminuzione del tasso di disoccupazione nelle nostre aree l'ILVA lo ha generato.
RispondiEliminaInoltre non mi sembra che a Genova, Novi Ligure, ecc. si sia giunti allo stesso livello di dissesto e di degrado.
Evidentemente lì sono stati più bravi di noi, perchè non hanno permesso all'ILVA di condizionare lo sviluppo e la valorizzazione del territorio.
Il problema, dunque, non è l'ILVA. Il problema sta nella mediocrità di chi lo ha messo su "con lo scopo dichiarato di creare vaste clientele da sfruttare a fini politici" e nella mediocrità di tutti noi che lo abbiamo permesso e che continuiamo a permetterlo.
Ovviamente all'inizio del commento precedente volevo dire "il termine delizia".
RispondiEliminaDirac