sabato 10 settembre 2005

Sul Corriere del Giorno e sulla Gazzetta del Mezzogiorno sono apparsi anche articoli di commento della tragedia, a firma rispettivamente di Michele Tursi e di Domenico Palmiotti. Li riportiamo qui di seguito.


Accendiamo i fari sull’Ilva


di Michele Tursi


La morte improvvisa arriva come uno schiaffo in faccia. Non t’accorgi da dove, quando, perchè. Lo senti e basta, portandone il segno per sempre. Strappare alla vita un ragazzo di 24 anni è un’ingiustizia anche quando si tratta di una fatalità. Quando sul caso si allungano ombre sinistre, presunte omissioni e responsabilità, è il momento di fermarsi.

Pensiamo alla madre e al padre di Gianluigi, a sua sorella, agli amici e familiari più cari. Pensiamo allo schiaffo che ieri mattina ha sconvolto la loro vita. E poi guardiamoci indietro. Soffermiamoci sul teatrino delle dichiarazioni ufficiali e degli interventi, delle tardive rivendicazioni e dei piagnistei. Degli accordi, dei distinguo, degli annunci. Sembra tutto piccolo e insignificante. Terribilmente banale. E forse lo è. Forse. Perchè se è vero che nulla potrà restituire il sorriso alla famiglia di  Gianluigi, è altrettanto vero che da simili tragedie va tratta una lezione. Due anni fa, altri due giovani morirono sul lavoro, in Ilva, nel parco minerali. Anche allora ci fu un sussulto. Poi l’onda emotiva si spense e con essa l’attenzione per quanto accade nello stabilimento siderurgico. La simbiosi tra città e fabbrica da tempo non esiste più. Due corpi estranei che si tollerano, collaborano sempre meno, a volte confliggono. Ai timori per l’occupazione, sono subentrati i tumori legati all’inquinamento e le malattie professionali. Spazzate le aspettative di sviluppo, restano le paure sia all’interno, che all’esterno dell’Ilva. La paura di crepare a fine turno dopo una notte di lavoro. La paura di non farcela a timbrare il cartellino, lasciandosi alle spalle cokerie, altiforni e colate continue.

Di paura si può morire. Ma di paura non si può e non si deve vivere. Da bambini la paura svaniva accendendo la luce.

Accendiamo i fari, dunque. E non spegnamoli più. Abbagliamo l’Ilva, illuminiamo a giorno lo stabilimento affinchè si possa vedere chiaramente cosa accade al suo interno, ma anche nelle vicinanze. Questo deve essere l’impegno di tutti. Ieri il presidente Vendola, parlando ai lavoratori in sciopero, ha messo in discussione l’intesa sull’ambiente. Può essere una traccia. Un esempio. Può anche restare solo un gesto per strappare l’applauso alle tute blu. Ma anche i gesti, hanno il loro peso, quando sono portatori di contenuti. Allora, aspettiamo un gesto da tutti. Ieri ce ne sono stati: Vendola che ha dirottato su Taranto, diretto a Pescara; i senatori Curto e Gaglione che immediatamente si sono recati nello stabilimento siderurgico;  l’Amministrazione comunale che ha parlato con i lavoratori sul ponte Girevole e la Provincia che ha prontamente accolto le tute blu.

Bravi. Bravi tutti. Ma ora avete assunto un impegno. La fabbrica ed il suo contenuto umano, non sono affare di Riva. Sono affare nostro, sono la città. Sono Taranto. Sono il nostro Paese che è una Repubblica fondata sul lavoro. Non lasciamoli più soli!



* * *



L’Ilva e la sicurezza


E in quella fabbrica adesso occorre un vero segno di svolta


DOMENICO PALMIOTTI


Il commento dell’Osservatore Romano («Non si ferma la strage silenziosa») e la decisione dei sindacati di proclamare uno sciopero nazionale dei lavoratori siderurgici ben evidenziano l’impatto emotivo che ha suscitato la morte del giovane operaio avvenuta ieri mattina all’Ilva. La questione Taranto travalica i confini locali. E tuttavia, mai come in questo momento, più che di emotività, c’è bisogno di concretezza, più che di reazioni di condanna, pur giuste, c’è bisogno di azioni, più che di proteste, pur fondate, c’è bisogno di fatti che diano il segno d’una svolta e facciano capire a tutti, e per primi a coloro che in quella fabbrica ci lavorano, che stavolta non va in scena il solito copione a cui abbiamo assistito in occasione dei tanti, troppi incidenti mortali verificatisi nel tempo.

Le dimensioni della fabbrica, la particolarità della produzione, la componente di rischio insita nell’attività industriale devono indurre tutti ad uno sforzo suppletivo perchè la sicurezza, o meglio, la massima sicurezza possibile, divenga la questione centrale, il problema cui dedicare ogni attenzione. Nessun piano di sviluppo aziendale, nessun aumento occupazionale, nessuna volontà di potenziamento potranno essere giudicati per quello che sono, ovvero volontà dell’azienda di fare di Taranto una realtà all’avanguardia, se non si esprimeranno all’interno di un contesto che renda l’Ilva meno a rischio e con meno incidenti. Qualunque cifra la proprietà intenda investire negli ammodernamenti, negli impianti e nel miglioramento ambientale - e quelle annunciate per Taranto sono significative - non potrà mai valere per quello che è se, in parallelo, non si percepirà un netto miglioramento delle condizioni di sicurezza. Si è parlato molto di fabbrica eco-compatibile. Giusto. Ma uguale compatibilità ora va cercata anche nella sicurezza. In questi giorni l’Ilva si accinge a mettere al lavoro la società esterna incaricata di verificare qual è la situazione del siderurgico sotto questo profilo.E’ positivo. Non basta però. Pensiamo che vada fatto di più anche su altri versanti. Per esempio, sulla qualità dei lavori e delle manutenzioni affidate all’esterno e sull’assoluto rispetto delle regole da parte delle imprese terze. Allo stesso tempo vanno ancor più responsabilizzati i lavoratori, specie ora che il turn over ha determinato un drastico cambio generazionale. Più formazione, più addestramento, certo, ma chi vi partecipa deve sapere che quest’attività ha un senso se poi trova riscontro nei comportamenti quotidiani di lavoro.

La sicurezza è un discorso collettivo. Investe più ruoli, più competenze. Un approccio globale forse sinora mancato. Ma adesso non più rinviabile.

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