La notizia della morte di Luigi Di Leo è riportata sull'Unità on line e sul Corriere Canadese.
Morti bianche, terza vittima in 5 giorni all'Ilva di Taranto. Operai in sciopero
di Valentina Petrini
Luigi Di Leo aveva 24 anni. È morto venerdì mattina sul colpo schiacciato da una trave di ferro che si è sganciata da una gru, mentre andava negli spogliatoi a cambiarsi a fine turno. È il terzo incidente in cinque giorni al siderurgico Ilva di Taranto.
Ironia del destino, Luigi è morto proprio nel giorno in cui i sindacati confederali aveva già proclamato uno sciopero di quattro ore per denunciare gli altri due incidenti (uno dei due ragazzi coinvolti è ancora ricoverato in prognosi riservata al Centro grandi ustioni di Brindisi) avvenuti alcuni giorni prima sempre nello stabilimento tarantino.
La dinamica della tragedia, al momento, sembra essere questa. Luigi dopo il turno di notte, venerdì mattina alle 6.40, stava andando a cambiarsi per tornarsene a casa a dormire. Alle sue spalle, l’autista di un carro-ponte, che trasportava grosse travi di ferro, si è accorto che il gancio era difettoso. Invano ha cercato di frenare prima di andare a sbattere contro un’altra gru. Invano, perché i freni e gli anticollisione, non hanno funzionato e il violento impatto tra i due convogli ha causato la caduta nel vuoto delle travi in ferro.
Con il fiato sospeso gli operai hanno cominciato a guardarsi in faccia, quasi a volersi riconoscere uno ad uno, a voler avere la certezza che non si fosse consumata l’ennesima tragedia. Poi la prova finale. Si sono contati. «E’ così che si sono accorti che mancava Luigi –racconta Salvatore Dicorato, della segreteria Fiom-Cgil di Taranto, visibilmente commosso- e a quel punto l’operaio che guidava la gru si è sentito male ed è stato trasportato all’ospedale».
La rabbia degli operai è esplosa in pochissimo. In meno di mezz’ora l’assemblea di fabbrica ha deciso che quattro ore di sciopero erano una risposta troppo esigua alla tragicità dell’evento. Via in strada, anziani insieme a giovani, blocco della produzione per ventiquattro ore con adesione totale. Per tutta la mattinata gli operai hanno interrotto il traffico sul Ponte Punta Penna, che congiunge la periferia al centro della città. «C’è stanchezza e esasperazione –ha denunciato Dicorato- La gente non sa più a chi credere, visto che da una vita tutti promettono di mettere fine a questa lunga sequenza di morti bianche». Non dimentichiamo che siamo in Puglia, a Taranto, una delle città meridionali con il maggior tasso di disoccupazione, che l’Ilva per decenni ha rappresentato in tutto il Sud il miracolo economico, l’alternativa al non-lavoro. Ancora oggi, nonostante l’Ilva si sia notevolmente ridimensionata (passando da 60 mila dipendenti ai 13 mila di adesso), molti genitori pregano che i figli vengano assunti dai fratelli Riva (proprietari dello stabilimento), unica alternativa in questo deserto occupazionale.
«In questa fabbrica manca la cultura della sicurezza, –denuncia Peppe Lazzaro, della segreteria provinciale Fim-Cisl- chi ha tra le mani la responsabilità della vita di molti uomini non può pensare al risparmio quando si parla di sicurezza e condizioni lavorative e qui invece avviene esattamente questo».
«Vorrei dire solo una cosa –aggiunge Lazzaro- i sindacati non possono fare nulla da soli per vincere questa battaglia. Anche l’azienda deve tirarsi dentro, altrimenti potremo continuare a manifestare, bloccare la fabbrica ma non potremo fermare queste morti».
Venerdì gli operai in sciopero sono stati ricevuti in prefettura dal Questore di Taranto, dall’assessore comunale Ingrosso e dal governatore della regione Puglia, Niki Vendola. «Abbiamo chiesto a tutti un impegno netto e chiaro per bloccare questa escalation di morti –ha raccontato il responsabile Ilva della Fiom-Cgil- Abbiamo anche preteso che il comune di Taranto rifiuti i soldi che i Riva vorrebbero dare a sostegno del Taranto Calcio. Aspettiamo una risposta attraverso la stampa».
Ad oggi nel siderurgico ci sono all’incirca 14mila operai, molti dei quali di età compresa tra i 20 e i 27 anni. Oltre a loro ci sono, poi, quelli a contratto di inserimento (alcune migliaia) per i quali la legge prevede 32 ore di formazione, «ma noi per il momento siamo riusciti ad ottenere che ne facciano almeno 80 e in alcuni casi 120 –ha detto il segretario provinciale della Fim-Cisl- comunque poche per istruire i lavoratori sulle loro mansioni future».
L’adesione totale della fabbrica alle 24 ore di sciopero di venerdì non era immaginabile visto il clima intimidatorio che pesa sugli operai. Nove di loro, per esempio, dal giugno scorso, in seguito ad uno sciopero proclamato, dopo l'ennesimo incidente, con un comunicato all’azienda quindici minuti prima del suo inizio, sono stati sospesi dal loro incarico: si tratta di due delegati sindacali e sette operai che da quattro mesi non possono più entrare nello stabilimento e per i quali l'azienda chiede il licenziamento.
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Ilva di Taranto: muore operaio
Ancora un incidente grave, ancora un giovane operaio che all'Ilva di Taranto ha trovato insieme al lavoro la morte. Luigi Di Leo, di Mottola (Taranto), di 25 anni, è morto quando aveva già finito il suo turno di lavoro e stava attraversando il capannone per andare a timbrare il cartellino: due carri ponte che trasportavano bramme si sono scontrati e una di queste travi in acciaio gli è caduta addosso uccidendolo. è il terzo incidente che si verifica in cinque giorni, e questa morte allunga la lista delle "morti bianche" nel siderurgico tarantino portando a 28 il numero delle vittime dal '93 ad oggi. Nel 2005 questo è il primo incidente mortale, ma i sindacati, che da anni protestano per l'inadeguatezza dei sistemi di sicurezza all'Ilva, denunciano che, mentre calano i morti, aumenta il numero degli incidenti: 4mila solo l'anno scorso (dai più ai meno gravi) in gran parte verificatisi nell'area acciaieria e nell'area di lavorazione della ghisa. Per l'Ilva l'incidente di ieri non è addebitabile all'azienda, «in quanto si è trattato di un evento assolutamente fortuito, dovuto essenzialmente a comportamenti individuali non in linea con le regole interne di sicurezza dell'azienda». Ma da sindacati e politica lo sdegno è unanime.
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