Com'era facile immaginare, la tragedia di ieri riempie le pagine dei quotidiani di oggi. Il Corriere del Giorno dà ampio risalto alla notizia, dedicando un titolo a tutta pagina, e ben quattro pagine di articoli interni. Ne riportiamo i più importanti.
Ilva, morte a fine turno
Ancora una tragedia all’interno dello stabilimento Ilva. Ieri mattina, Gianluigi Di Leo, un operaio di 24 anni originario di Mottola, è stato investito ed ucciso da una grossa trave d’acciaio staccatasi da una pensilina posta a 15 metri di altezza. Per il giovane non c’è stato nulla da fare: è deceduto all’istante per lo sfondamento del cranio. Ad aver causato l’incidente è stato il violentissimo scontro fra due “carriponte” del “Deposito bramme 1”. Stando ai primi accertamenti effettuati dalla magistratura, l’impatto è avvenuto perchè su uno dei due macchinari mancava il dispositivo anticollisione, quello che avrebbe potuto evitare il terribile urto. L’area teatro del drammatico episodio è stata posta sotto sequestro, mentre c’è già un indagato per omicidio colposo. Al vaglio degli inquirenti ci sono però le posizioni di altre persone. Immediate le reazioni a livello politico e sindacale. Ieri sciopero di 24 ore nello stabilimento ed occupazione del Ponte Girevole. Da segnalare la presenza a Taranto del presidente della Regione Nichi Vendola.
* * *
UNA TRAVE LO UCCIDE A FINE TURNO
L’Ilva respinge ogni responsabilità e parla di un tristissimo e orribile incidente. Giovedì prossimo il ministro Scajola visiterà lo stabilimento
Colpito in pieno da una trave precipitata da venti metri d’altezza. Cadere al suolo privo di vita, a fine turno.
Non sono nemmeno le sette del mattino, quando Gianluigi Di Leo, 24 anni, di Mottola, scende dal suo carroponte del Deposito bramme del Treno nastri uno. Ha trascorso la notte in fabbrica. S’incammina verso l’uscita, attraversa la campata affianco a quella dove ha lavorato per otto ore di fila. Ci sono altri due carriponti da “mettere a riposo”. Uno è già fermo. L’altro è ancora in corsa. Invece di fermarsi morbidamente, il pesante macchinario sbatte contro l’altro. L’urto è violento. Dagli angolari che reggono il capannone, si stacca una trave di circa due metri. Gianluigi è lì sotto. Il pesante pezzo di ferro lo investe in pieno, lasciandolo a terra privo di vita. I colleghi accorrono, ma non c’è nulla da fare. lo. Tragica fatalità? Amara beffa? Entrambi, ma non solo. Già, perchè qualcosa non ha funzionato. Il carroponte avrebbe dovuto essere dotato di un sistema anticollisione. C’era? E perchè non è entrato in funzione? Su questo si concentra l’attenzione degli inquirenti. Sul luogo dell’incidente sono immediatamente giunte le forze dell’ordine, i vigili del fuoco, l’Ispettorato del Lavoro ed il procuratore aggiunto Franco Sebastio. L’Ilva respinge ogni responsabilità e parla di un “tristissimo e orribile incidente nei confronti del quale l’azienda non ha colpa”.
L’urto è stato forte - sottolineano le fonti aziendali - e ciò significa che la velocità del macchinario era molto elevata. Inoltre, proprio quel carroponte nei giorni scorsi era stato posto in manutenzione e non si capisce perchè il sistema anticollisione non sia entrato in funzione. Tanti dubbi. Tanta rabbia da parte degli operai che hanno aderito in massa allo sciopero di 24 ore immeditamente proclamato da Fim, Fiom e Uilm. I lavoratori si sono recati sotto la Prefettura e da lì, nel salone consiliare della provincia dove si è svolta un’animata assemblea alla quale sono intervenuti i presidenti della Regione Vendola e della Provincia Florido. L’episodio di ieri è giunto in una fase particolarmente calda nei rapporti tra Ilva e sindacati. Nove lavoratori sono ancora sospesi per aver partecipato ad uno sciopero in materia di sicurezza. E proprio ieri era previsto uno sciopero dell’area Ghisa, indetto dalla Fiom, in seguito ai ripetuti incidenti dei giorni scorsi. La vertenza sicurezza assumerà dimensione nazionale e giovedì prossimo il ministro delle Attività Produttive, Claudio Scajola sarà a Taranto e si recherà in vista proprio nel centro siderurgico. (m. tur.)
* * *
Sindacati / Le reazioni dei segretari provinciali e nazionali
Uno sciopero nazionale della siderurgia
“Ventotto incidenti mortali dal 193 ad oggi, circa 4mila infortuni nel 2004. Ben 3 in questa settimana, di cui uno mortale: un bilancio insopportabile”. È questo il commento di Rocco Palombella, segretario generale della Uilm ionica che esclude “qualsiasi forma di responsabilità del lavoratore” e che evidenzia “il degrado impiantistico dei carriponti e la mancanza del sistema di sicurezza”. Palombella sollecita “il monitoraggio in tutto lo stabilimento per verificare l’efficienza di tutti i sistemi di sicurezza, già individuati negli anni e puntualmente abbandonati” ed invita i lavoratori “a rifiutare di eseguire le operazioni in assenza di sicurezza o con i dispositivi difettosi”.
La sicurezza problema numero uno. Lo sottolinea Franco Fiusco, segretario generale della Fiom Cgil. “Siamo stati facili profeti - dice il sindacalista - quando abbiamo gridato la gravità della situazione in stabilimento, restando pressochè inascoltati. Ora la battaglia deve proseguire per convincere l’azienda a recedere da tentazioni di repressione nei confronti dei lavoratori. Un primo segnale in tal senso deve essere il ritiro dei licenziamenti per due delegati e sette operai, colpevoli solo di aver esercitato il sacrosanto diritto allo sciopero”.
Parole di dura condanna per il drammatico incidente giungono anche da Giuseppe Lazzaro, segretario generale della Fim Cisl. L’organizzazione ieri ha interrotto i lavori del direttivo per partecipare alle azioni di lotta immediatamente proclamate dai sindacati.
Secondo Gianni Forte, segretario generale della Cgil, la compatta partecipazione dei lavoratori allo sciopero di ieri testimonia che “cresce a dismisura l’insofferenza dei lavoratori nei confronti delle precarie condizioni di sicurezza da addebitare a responsabilità dirette dell’azienda. Devono essere ristabilite condizioni di agibilità, facendo in modo che i 7.500 giovani sotto i trent’anni che vi lavorano diventino protagonisti del proprio futuro in una fabbrica che devono sentire come il luogo in cui realizzarsi e non dove sacrificare la propria vita”.
Per Vincenzo Balestra, segretario generale della Cisl ionica: "I temi della sicurezza e della qualità ambientale con riverberi negativi in fabbrica e su tutto il territorio continuano ad essere i nervi scoperti del nostro rapporto con l’azienda; rispetto a questo siamo tutti impegnati a moltiplicare, se possibile, iniziative ed alleanze con la città, il territorio e le istituzioni. In questo ambito reiteriamo la nostra richiesta di convocazione in Prefettura dell’osservatorio provinciale sulla sicurezza nei luoghi di lavoro".
L’infortunio nello stabilimento Ilva di taranto ha avuto larga eco anche a livello nazionale. Secondo Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom Cgil si tratta di “un nuovo omicidio bianco, un nuovo attentato alla salute e alla sicurezza dei lavoratori. Anche questo come tanti altri infortuni gravi o mortali, poteva essere evitato solo che si fossero rispettate le norme di sicurezza. All’Ilva di Taranto per tutta l’estate si sono succeduti incidenti gravi e gravissimi che solo per casi fortuiti non hanno aumentato il numero dei morti. Questa è la realtà. Il momento delle parole, degli impegni generici, delle assicurazioni è concluso. La Fiom chiederà alla Fim e alla Uilm di effettuare uno sciopero nazionale di tutta la siderurgia per fermare la strage sul lavoro”.
Ieri era a Taranto anche Giorgio Caprioli, segretario generale nazionale della Fim. "Va immediatamente aperta - ha detto - una vertenza sicurezza che metta in evidenza le responsabilità dell’Azienda operando una rivisitazione completa delle misure che essa dice di attuare, perché il diritto alla vita è un valore irrinunciabile”.
* * *
Scatta l'inchesta e c'è già un indagato
Subito al lavoro magistratura ed Ispettorato del Lavoro per far luce sull’assurda tragedia. Alla base di tutto la mancanza di un dispositivo di sicurezza. Al vaglio degli inquirenti le posizioni di altri soggetti
Trovare la morte solo perchè “colpevole” di aver scelto il posto sbagliato nel momento sbagliato. Esser investito da una grossa trave senza nemmeno accorgersene, senza avere scampo. Diventare l’ennesima vittima di un incidente mortale verificatosi su un luogo di lavoro. È stato il destino del povero Gianluigi Di Leo, 24enne originario di Mottola, operaio dello stabilimento Ilva dal giugno del 2001. Un destino reso ancora più assurdo dal fatto che il dramma si è consumato quando ormai il giovane aveva finito il proprio turno, quando ormai si stava apprestando a lasciare il suo reparto, il “Deposito bramme 1”. Si è trattato di una morte terribile sulle cui cause la magistratura sembra aver già trovato una spiegazione.
Stando a ciò che è emerso dalle prime indagini, l’accaduto sarebbe da addebitarsi alla mancanza di un dispositivo che aveva il compito di evitare quanto è invece accaduto: il violentissimo scontro fra due “carriponte”. Lo stesso che ha poi provocato il distacco della pesantissima traversina d’acciaio che, piovuta da un’altezza di quindici metri, ha sfondato il cranio allo sfortunatissimo Gianluigi. Per il 24enne dipendente dello stabilimento siderurgico il decesso è stato immediato, nessun soccorso avrebbe potuto evitare la tragedia. Su questo gli inquirenti non nutrono alcun dubbio, come dimostra il non conferimento dell’esame autoptico sul cadavere. E poche incertezze pare ci siano pure sul perchè dell’incidente. Sembra che i motivi alla base del terribile infortunio siano stati individuati subito, già dopo il primo sopralluogo effettuato in reparto dal procuratore aggiunto dott. Franco Sebastio e dagli investigatori dell’Ispettorato del Lavoro.
Ricostruita la dinamica dell’accaduto, agli inquirenti è parso tutto chiaro. In particolar modo quando hanno rilevato su uno dei due “carri-ponte” l’assenza del componente anticollisione. Per i tecnici, è stata proprio la mancanza di quell’importantissimo elemento a determinare il violento urto fra i macchinari. A giudizio di chi si sta occupando della delicata inchiesta, se il segnalatore fosse stato installato, lo scontro non sarebbe mai avvenuto. Qualora fosse stato attivo, il dispositivo di sicurezza (mancante) avrebbe rallentato l’arrivo del trasportatore di bramme (si ricorda che quelli venuti in contatto sono fra i più grandi presenti all’interno dell’Ilva) fino a farlo fermare in prossimità dell’altro. Di conseguenza, la conclusione non può che essere una: se il cosiddetto “ricevitore” fosse stato regolarmente al suo posto la tragedia non avrebbe potuto avere la possibilità di materializzarsi. Ad ogni modo, si tratta dei primi responsi di un’attività investigativa tutt’altro che arrivata al capolinea. Nel pomeriggio di ieri, magistratura ed Ispettorato del Lavoro (le indagini sono coordinate dal dott. Sebastio e svolte dall’isp. Fernando Severini) hanno disposto il sequestro sia dei due “carri-ponte” entrati in collisione sia dell’area sottostante, il tutto allo scopo di verificare se sussistano le condizioni di sicurezza necessarie ed indispensabili per la prosecuzione dell’attività. Si è trattato di un provvedimento sicuramente importante, ma non è stato l’unico. Sempre nella giornata di ieri gli inquirenti hanno provveduto ad indagare per omicidio colposo un primo soggetto che inizialmente era stato ascoltato come “persona informata sui fatti”. Il pubblico ministero non ha nè confermato nè smentito, ma secondo indiscrezioni pare che al vaglio siano finite le posizioni di altri quattro fra responsabili e dipendenti dello stabilimento, mentre nella giornata odierna altri nove dovrebbero esser chiamati a deporre.
L’obiettivo degli investigatori è quello di chiarire come mai il “ricevitore” che avrebbe dovuto segnalare l’arrivo dell’altro “carro-ponte” non era installato. Come mai nessuno si è accorto del pericolo che una simile situazione avrebbe potuto comportare. Soltanto chi lavora nel “Deposito bramme”in cui si è verificata la tragedia potrà fornire le risposte alle domande che i titolari dell’inchiesta stanno formulando.
Soltanto dalle dichiarazioni che i testimoni andranno a rendere si potranno desumere elementi in grado di dipanare la matassa. Una matassa che appare piuttosto ingarbugliata se si pensa che all’inizio dell’anno, a seguito di una verifica tecnica dell’impianto da parte di organi del servizio di sicurezza e di prevenzione, era stata rilevata l’assenza del dispositivo anticollisione. Una circostanza che aveva determinato una segnalazione alla Procura con l’obbligo a carico dello stabilimento di porre un immediato rimedio. Stando a quanto si è appreso, nei mesi successivi la situazione è stata sanata (come confermato dal sopralluogo effettuato a marzo); ma in seguito qualcosa non è forse andato per il verso giusto.
Ieri si è consumato il dramma del povero Gianluigi, però a quanto pare nella notte a cavallo fra martedì e mercoledì scorsi si sarebbe verificata un’altra collisione sempre fra gli stessi “carri-ponte”. Un’altra collisione rimasta in sordina. Un’altra collisione di cui nessuno ha avuto notizia probabilmente solo perchè non si è registrata alcuna tragica conseguenza.
Un’altra collisione che avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme per la sicurezza dei lavoratori ed invece... Adesso, spetterà agli inquirenti dover scoprire il perchè di uno stato di cose che 24 ore fa è costato la vita ad un ragazzo che aveva appena portato a termine la sua giornata lavorativa, ad un ragazzo che ha avuto la sfortuna di passare sotto i “carri-ponte” venuti a contatto proprio nel momento in cui stava precipitando una trave del peso di 40/50 chili. Qualcuno ha parlato di una “tragica fatalità”, ma alla luce dei primissimi risultati investigativi sembra proprio che questa “tragica fatalità” sia stata favorita dalla mancanza di uno strumento indispensabile per la sicurezza di chi nel reparto presta la propria opera. Il “caso”, il “destino”, il “fattore accidentale” sono scusanti che in questa vicenda non possono trovare spazio. L’assurda dinamica del terribile incidente che ha spazzato una giovane vita non trae in inganno nessuno. Quanto avvenuto ieri mattina non sarebbe dovuto assolutamente accadere. Di questo tutti ne sono consci. Ma resta il fatto che nello stabilimento Ilva la morte di Gianluigi Di Leo non è stata la prima. Nel siderurgico la scia degli omicidi colposi è molto lunga. Da tempo tutti chiedono l’adozione di misure idonee a scongiurare simili tragedie. Da tempo tutti chiedono o propongono interventi incisivi.
Ma come dimostra la cronaca (recente e non) si può parlare quanto si vuole. Le buone intenzioni se non sono seguite da fatti concreti servono a poco. Ed è così che, a fronte di questo scenario, a coloro che si ritrovano a piangere i propri cari non resta che chiedere giustizia. (Ettore Raschillà)
* * *
“Sicurezza in fabbrica, altrimenti salta l’intesa”
“Non deve mai più accadere che un ragazzo di 24 anni attraversi il cancello dell’Ilva e torni a casa in una bara”. Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, scalda la platea delle tute blu radunate nell’aula consiliare della Provincia, per un’improvvisata assemblea a cui partecipa anche il presidente della Provincia, Gianni Florido.
Il Governatore affonda il colpo. “Attendo risposte da Riva” e poi una dichiarazione a sorpresa di grande significato politico-istituzionale. “L’atto d’intesa per essere siglato ha alcune precondizioni: una è il ritiro dei nove licenziamenti nei confronti dei lavoratori che hanno scioperato in Acciaieria uno, l’altra èuna discussione seria sulla sicurezza in fabbrica”.
Vendola sente l’emozione. Ha il volto tirato. Parla agli operai, misurando i toni, con parole appropriate. Era diretto a Pescara per una riunione tra le Regioni sul ciclo dei rifiuti. Quando ha saputo dell’infortunio mortale, non ha esitato a dirottare su Taranto per incontrare le tute blu in sciopero. “Quanto accaduto oggi (ieri, ndr) non è soltanto la tragedia dell’Ilva di Taranto, è la tragedia del Sud, del lavoro che si trasforma in una trincea di combattimento, del diritto alla vita che non è garantito, di quel senso di precarietà e di paura che accompagna come un’ombra i giovani lavoratori condannati a questa condizione di paura”.
Poi Vendola rivolge il suo pensiero all’azione che la Regione può svolgere. “Il diritto alla vita e la sicurezza nella fabbrica debbano essere il centro delle possibili intese con l’Ilva e chiedo quindi a Riva e al suo gruppo dirigente di fermarsi, di riconsiderare i nove licenziamenti e di aprire su questi temi un tavolo serio di trattativa. I sindacati ed i lavoratori hanno l’esperienza utile per capire cosa va cambiato nell’organizzazione del lavoro”.
L’intervento di Vendola è salutato con calore dagli operai. Prima di lasciare palazzo del Governo, il presidente della Regione si concede un caffè con Gianni Florido.
Anche il presidente della Provincia, dopo aver espresso il cordoglio alla famiglia del giovane ed augurandosi che gli organi competenti facciano piena luce sull’accaduto, sottolinea che “è inaccettabile dover registrare episodi di tale gravità che ripropongono drammaticamente la questione capitale della sicurezza sui luoghi di lavoro ed in particolare nello stabilimento siderurgico tarantino”.
Secondo Florido “gli impianti obsoleti vanno sostituiti, le condizioni di rischio rimosse: la vita dei lavoratori deve essere tutelata con ogni mezzo. E’evidente che servono cospicui investimenti ed una precisa volontà dell’azienda di intervenire in tale direzione”. La Provincia di Taranto, ha dato ampia disponibilità in ordine ad eventuali iniziative che saranno assunte dai sindacatiiniziativa mentre alla famiglia di Luigi manifesto il cordoglio dell’intera Amministrazione”.
Dopo aver appreso la notizia dell’infortunio mortale, i senatori Eupreprio Curto (An) e Paolo Gaglione (Margherita), si sono recati nello stabilimento Ilva. Curto, che è membro della commissione parlamentare sugli infortuni sul lavoro e sulle morti bianche, nell’esprimere il più profondo cordoglio per l’episodio, ha contatto il senatore Tofani, presidente della stessa Commissione, affinchè sia subito calendarizzato il sopralluogo già previsto all’Ilva di Taranto.
Anche il sen. Gaglione ha sollecitato l’ispezione della Commissione parlamentare “per fare chiara luce sull’episodio, ma anche perchè nell’Ilva sono cambiate le condizioni di lavoro ed il numero degli infortuni continua ad aumentare e con modalità sempre più gravi. Occorre fare più investimenti in termini di sicurezza e di formazione visto che gli incidenti colpiscono soprattutto i giovani operai”. (m. tur.)
* * *
Gianluigi, un ragazzo tranquillo e taciturno
Un’altra vita stroncata, un altro giovane strappato agli affetti dei propri cari. Giovanni Di Leo, che gli amici amavano chiamare Gianluigi, ha perso la vita in quel luogo, lo stabilimento siderurgico, che il 19 giugno del 2001 aveva portato gioia e, soprattutto, la gratificazione di vantare un posto di lavoro sicuro, almeno in termini di durata. Dopo qualche giornata guadagnata occasionalmente, servendo ai tavoli dei ristoranti, aveva ottenuto, finalmente, un impiego, nello stesso reparto, il DBS/1, che per anni, sino al pensionamento, aveva visto suo padre, Vito, lavorare a tempo pieno.
Gianluigi, 24 anni compiuti lo scorso 19 giugno, amava il suo lavoro; era sempre stato ligio al dovere e, soprattutto, rispettoso dei suoi compagni di avventura: neanche un raffreddore o un’influenza avevano rappresentato per lui un valido pretesto per disertare il posto di lavoro: “…avrebbe creato disguidi nella suddivisione dei turni - diceva - e, soprattutto, disagio e sovraccarico di responsabilità per i suoi colleghi”. Gianluigi, dicono i suoi amici di comitiva, era fiero del suo lavoro, lo adorava; alla sua occupazione ha sempre dedicato in questi 4 anni, tempo, forze ed, oggi, purtroppo, anche la sua stessa vita. Una tragica fatalità; era sul punto di timbrare per lasciare quel luogo, pronto per raggiungere casa, alla fine del turno serale; uno scontro frontale tra due carriponte, che trasportavano bramme; una trave di 2 metri, che si distacca e cade dall’altezza di 50 metri, colpendo proprio Gianluigi: la tragedia, l’ennesima, che riporta l’attenzione sulla sicurezza e sull’infortunistica. Non si può morire per lavorare, né accettare il ricatto di un posto di lavoro, pagando con la propria vita!
Gianluigi era un ragazzo taciturno, tranquillo, amato dai suoi amici per la sua discrezione e lealtà; era molto affezionato al suo Pastore Tedesco, che da qualche anno, aveva in campagna e che, da ieri, lo attende inutilmente. Lascia la madre Anna Lucia, il padre Vito, la sorella Annetta di 28 anni con i quali viveva, gli amici, i colleghi di lavoro, gli stessi con i quali aveva condiviso responsabilità e rischi, ma anche la soddisfazione di lavorare.
Oggi in via Almirante è lutto; un lutto, che tiene unita l’intera comunità mottolese, di fronte ad una sciagura, che poteva essere evitata, come tante altre. Il primo cittadino Gianni Quero ha già annunciato per oggi, in occasione dei funerali, il lutto cittadino. La comunità mottolese tutta si stringe nel dolore alla famiglia Di Leo, nel porgere l’ultimo, l’estremo, straziante saluto a Gianluigi.
Il feretro ha raggiunto solo nel tardo pomeriggio le mura domestiche; quelle stesse mura, che con Gianluigi hanno condiviso speranze, sogni, realizzazioni e, purtroppo, anche il dolore del distacco, quello eterno. (Maria Florenzio)
* * *
Lo zio di Gianluigi racconta, attimo per attimo, come è giunta la triste notizia in via Almirante, a Mottola, dove risiede e vive la famiglia del giovane operaio morto
«Abbiamo capito subito»
“Amava il suo lavoro, era contento. Non faceva mai un giorno di malattia, si prodigava per i colleghi. Quando era di turno si preparava con molto anticipo, meticolosamente”
“Abbiamo capito subito che era accaduto qualcosa di grave. Di molto grave. Gianluigi che non arrivava, la notizia dell’incidente data dalle televisioni. La girandola di telefonate, di interrogativi che rimbalzavano da una casa all’altra. Hanno chiamato i colleghi, poi io mi sono messo in contatto con il sindacato. E la tensione ha cominciato a salire insieme alla certezza che era toccato a noi, alla nostra famiglia. Nello stabilimento lavora un altro mio nipote, come pompiere. Anche lui si chiama Di Leo, ma in questi giorni è in ferie. Quando abbiamo sentito quel cognome è stato tutto chiaro.....si trattava di Gianluigi. No, non sono stato io ad avvertire mio fratello. Quando l’ho chiamato sapeva già....ma ancora non si rende conto di quello che è successo. Nè lui, nè mia cognata. La salma sta arrivando adesso a Mottola. Forse, quando vedranno il figlio così....”. Dalle parole di Franco Di Leo traspaiono tutta la rassegnazione, la consapevolezza e il dolore di un uomo che ha trascorso nell’acciaieria trent’anni della sua vita. Anche il papà di Gianluigi è un prepensionato Ilva . Entrambi hanno beneficiato della legge sull’amianto e come tanti operai della loro generazione sono usciti dall’”inferno”. Ma quella che si sono lasciati alle spalle era un’altra fabbrica. “C’era maggiore professionalità, gli incidenti si verificavano di rado. Poi sono arrivati i privati, l’ondata di pensionamenti agevolati che ha privato lo stabilimento di personale di grande esperienza. I reparti sono rimasti sguarniti e il posto di chi se n’è andato è stato preso da giovani senza esperienza. E’ cambiato tutto”.
In quel tutto lo zio di Gianluigi mette la fatiscenza degli impianti, la mancanza di formazione per i giovani assunti, i ritmi di produzione che non ti danno neanche il tempo di andare in bagno ma che devi accettare soprattutto se sei nel limbo di un rapporto di lavoro non ancora definitivo.
Gianluigi quel foglio con su scritto “contratto a tempo indeterminato” ce l’aveva in tasca da un anno e mezzo e ne era fiero. Aveva iniziato a lavorare giovanissimo, appena ventenne, affascinato da quel gigante di fuoco. Il suo posto fisso se l’era guadagnato lavorando ininterrottamente con passione e dedizione, senza mai tirarsi indietro. “Mio fratello avrebbe preferito un’occupazione più tranquilla per il figlio. Conosceva troppo bene la fabbrica e le sue insidie per stare tranquillo. Ma Gianluigi amava il suo lavoro, era contento. Non faceva mai un giorno di malattia, si prodigava per i colleghi. Quando era di turno si preparava con molto anticipo, meticolosamente. Non gli pesava viaggiare da solo, di notte”. Lavorare all’Ilva rappresentava un motivo di orgoglio, lo faceva sentire importante, lui che era di carattere schivo e riservato, che durante le feste rimaneva in disparte, tranquillo, tanto da non comparire mai nelle foto. “Era fatto così, pignolo, attento, legatissimo ai colleghi. Conoscendo il suo innato senso del dovere, la sua incapacità di voltarsi dall’altra parte se c’era da fare straordinario, mio fratello non era particolarmente entusiasta della scelta del figlio, temeva che avrebbe abusato delle sue forze”.
Ma Gianluigi era sicuro del fatto suo, aveva acquisito professionalità, vedeva solo l’aspetto bello della fabbrica, varcava quel cancello con l’entusiasmo dei suoi ventiquattro anni, vivendo come un privilegio la sua condizione di operaio in una realtà così complessa. “Pensare che sia morto così, quando stava per tornare a casa dopo una notte passata sugli impianti, colpito a tradimento da una trave, rende ancora più difficile da accettare ciò che è accaduto”. Con il suo attaccamento allo stabilimento, il suo spirito di appartenenza alla grande famiglia degli italsiderini, Gianluigi è il simbolo di quei giovani che hanno deciso di restare.
“Per la famiglia è motivo di gioia avere i figli vicini piuttosto che vederli emigrare in cerca di un lavoro chissà dove. Purtroppo il rovescio della medaglia è che restare significa accettare quello che il territorio offre”. Franco Di Leo parla con tono grave. Intorno a lui è il silenzio. Si attende l’arrivo della salma. Gli chiediamo se ha figli. Non risponde subito. “Si, due, di 27 e 15 anni. Una studia, l’altra sta a casa. Egoisticamente penso che sia stato un bene avere due figlie femmine”. E’ vero, loro a lavorare all’Ilva non ci andranno mai. (Luisa Campatelli)
* * *
«E' stata una tragedia che poteva essere evitata»
Una tragedia, che poteva essere evitata: a dirlo, con rabbia, sono i colleghi di reparto di Gianluigi. Su uno dei carroponti, che ha concorso a determinare l’incidente, qualche settimana, infatti, erano stati realizzati alcuni lavori, che avevano portato alla creazione di una gabbia in ferro, che, però, è risultata essere più sporgente rispetto allo spingente del carroponte stesso.
Cosa è successo ieri mattina? I colleghi di Gianluigi, con le lacrime agli occhi, hanno descritto l’accaduto. Il carroponte in arrivo, che la sorte ha voluto fosse guidato da un operaio, che non solo era un collega di reparto di Gianluigi, ma anche uno dei suoi amici più stretti, ha avuto problemi con i freni. Pertanto, sebbene dotato di un dispositivo di anticollisione, proprio per il mancato funzionamento dei freni, è andato ad urtare a grande velocità con un altro carroponte, o, meglio, con la gabbia in ferro, a gran velocità. L’impatto ha determinato la rottura della pensilina ed uno dei ferri, che la sorreggevano, è caduto verso il basso, colpendo, certamente non fatalmente, Gian Luigi, che ha avuto la sfortuna di trovarsi in quel luogo, per giunta in una postazione di sicurezza, a fine turno. “Non possiamo accettare di lavorare in condizioni di estrema precarietà, in termini di sicurezza - ha detto uno dei colleghi di lavoro di Gianluigi - percependo uno stipendio davvero irrisorio. Non si può perdere la vita per 1.000 euro”. La rabbia dei colleghi di Gianluigi è tanta; non hanno né la forza, né il coraggio di ritornare in quel luogo, che ha strappato loro un collega, un amico, che ha avuto solo la colpa… di voler lavorare, a qualsiasi condizione. Questa mattina i colleghi di Gianluigi non saranno nel reparto DBS/1, che l’azienda ha voluto che, anche oggi, non interrompesse la produzione, costringendo gli stessi operai, che non saranno alle loro postazioni, a presentare un certificato medico per un’assenza, che, forse, agli occhi degli alti vertici aziendali, non ha ragion d’essere. Eppure, lì, in quel reparto una vita è stata troncata.
I colleghi di Gianluigi, questa mattina, saranno a Mottola, per partecipare ai funerali, per essere, almeno per l’ultima volta, una grande squadra; alle ore 15,30, presso la chiesa di San Giuseppe Lavoratore, sarà don Franco Francavilla a dare l’estremo saluto al 24enne mottolese, circondato, per l’ultima volta dai suoi genitori, dagli amici, dai colleghi di sventura, dai parenti, agli zii paterni Franco ed Agostino, dallo zio materno Giovanni, gli stessi che lo hanno accolto ieri, alle ore 12 all’entrata del cimitero e, che, poi, lo hanno accompagnato in via Almirante, a casa. All’arrivo del feretro, solo dolore, lacrime trattenute, consumate di nascosto, lontano dalle telecamere, dai fotografi. Tanta incredulità, espressa nel grido di rabbia dei parenti di Gianluigi; tanta la voglia di non cercare responsabili o spiegazioni alla tragedia; unico desiderio… quello di riavere a casa vivo Gianluigi. (M. Flo.)
* * *
Proclamato per oggi il lutto cittadino
Anche l’Amministrazione Comunale di Mottola è vicina, nello strazio del dolore, alla famiglia Di Leo. Lutto cittadino per il giorno dei funerali, ma soprattutto, rabbia e dolore si leggono nelle parole del primo cittadino, Giovanni Quero: “Un altro triste evento, legato allo stabilimento siderurgico di Taranto, questa volta, purtroppo, conclusosi tragicamente, non può lasciarci indifferenti. Già lo scorso anno - commenta il primo cittadino - un altro giovane mottolese, occupato presso il siderurgico tarantino fu coinvolto in un incidente, che lo privò della gamba. In quell’occasione il disgusto per le condizioni in cui lavorano i nostri giovani operai, pur di assicurarsi un’occupazione duratura, mi portò ad attivare chi di competenza, affinchè si intervenisse immediatamente e senza riserva alcuna per monitorare le condizioni di sicurezza dello stabilimento e, soprattutto, per provvedere a migliorarle, ad esclusivo ed unico vantaggio dei lavoratori. Purtroppo - aggiunge Quero - il grido di protesta, il mio, come quello dei lavoratori stessi o delle associazioni di categoria - è rimasto inascoltato se, ancora oggi, assistiamo ad un altro incidente, l’ennesimo e, purtroppo, a malincuore, credo che non sia neanche l’ultimo della serie, se le condizioni lavorative dei nostri operai non saranno modificate. Pertanto - conclude Quero, anche questa volta, faccio appello a chi di competenza, perché non si continui a morire, soltanto per tentare di sopravvive al caro vita!”. (M. F.)
0 commenti:
Posta un commento