martedì 7 giugno 2005


«Notte inquieta e non lieta. Il cielo esita tra il viola e il neronero. Nero Sud. Più moderno. Più brutale.» (p. 190)


Nero Sud è un’altra brillante prova di Annalucia Lomunno, autrice di Castellaneta che si è fatta conoscere dal pubblico italiano con il suo precedente romanzo Rosa Sospirosa, pubblicato sempre da Piemme, e che è stato fra i finalisti del Premio Strega.


A dire il vero, il titolo può trarre in inganno o, forse, ha tratto in inganno me, dato che l’ho associato ad un altro libro dal titolo pressoché identico: Nero Marsiglia (anche se in realtà il titolo originale è On ne s’endort jamais seul), del francese René Frégni, pubblicato in Italia da Meridianozero e incentrato su di una sordida, e a dire il vero un po’ inverosimile, storia di pedofilia (pare che in Francia romanzi simili vadano attualmente per la maggiore). Carico di questa suggestione, mi immaginavo dunque di trovare nelle pagine della Lomunno un noir ambientato nella nostra terra; in realtà, il «nero» del titolo è quello dei personaggi, tutti marionette senza nerbo, e del loro deserto interiore, un nero pece di abiezione che riesce a renderli perfettamente odiosi. Non vi si rinviene nessun personaggio positivo: se le «femmine» sono tutte «mucuate» o, nella migliore delle ipotesi, «’ndumme», gli uomini sono molto peggio. Avvocati, dottori della mutua, farmacisti, affermati professionisti, ma tutti privi di alcuna morale: quest’ultima non è una parola contenuta nel loro vocabolario. Simili personaggi riescono ad allestire un sordido teatrino fatto di tradimenti, pettegolezzi, ripicche. La «gente perbene» si rivela tale solo di nome; il bello è che tutti i personaggi lo sanno: semplicemente, fanno finta di non saperlo. Moderni hidalgos caratterizzati da una desolante povertà spirituale, o, peggio, homines novi giunti sulla ribalta solo grazie a manovre poco pulite: vengono dal nulla, e sono diretti verso il nulla. Ecco allora la spiegazione del «nero» del titolo: esso si riferisce, se ci consentite il termine, a una «sporcizia dell’anima» che si rivela più turpe del peccato originale. Quel «nero», infatti, non si riferisce certo al falso mistero del rapimento-farsa di un bambino nel corso del romanzo: questi personaggi sono dei tali perdenti da non riuscire neppure ad organizzare un rapimento come si deve.


Si è già accennato alle donne; ebbene, il lettore si trova di fronte a Gianda la ‘ndumma, il cui nome «è versione d’arte di Gianna Anna Domenica», cioè i nomi delle due nonne e della comare di battesimo, per cui «ancora si offendevano quelle tre vecchiacce, l’hanno chiamata come una stroppiata» (p. 67-68); o, se si preferisce, c’è la madre di Saverio, per la precisione la «santa mamma», la quale vorrebbe per il figlio una tipa come «Guinett Paltròv. Quella che si teneva a Bred Pitt. Non bellissima ma fine» (p. 34); l’alternativa sarebbe la madre del massaggiatore Femineus, talmente rimbambita dalla TV da non accorgersi che la trasmissione del suo idolo Mara Venier che passa quotidianamente sugli schermi di casa sua è la registrazione di una vecchia puntata di Domenica In che il figlio, pietosamente, le propina in continuazione per renderla contenta. Queste figure sono le eccezioni; tutte le altre donne, nessuna esclusa, sono delle «mucuate». Come è possibile identificare elementi positivi in simili ritratti? Dove cercare, se c’è, questa positività?


In un mondo in cui gli esempi da seguire sono quelli televisivi, probabilmente è opportuno aggrapparsi all’unico personaggio «invisibile» della vicenda, della quale comunque è attore principale: il popolo, che però, come dice l’autrice più volte nel corso del romanzo, «è arguto. Ma mai sofisticato. Mai». È lui ad essere giudice implacabile, è lui a dover rilasciare il suo placuit alle azioni del teatrino di piazza, è lui ad avere diritto di veto. Il popolo non si manifesta soltanto tramite le «voci di piazza», ma anche con le voci impersonali dei proverbi e dei modi di dire, che a più riprese si incontrano nelle pagine della Lomunno («Vesti ceppone che sembra un barone», p. 67; «L’erba che non vuoi, avanti ti cresce», p. 189; «I guai della pignatta li sa solo la cucchiaia», p. 191). Ma anche il popolo ha i suoi limiti: a lui non è dato, ad esempio, conoscere le vere ragioni per cui è stato rapito il piccolo Raffaele, per cui è molto più comodo dire che «lo sa tutto il paese che il bambino l’hanno preso i pedofili e ce l’hanno fatto a mostro». Ad ogni modo, con le sonore sferzate della voce popolare deve fare i conti la superbia dei personaggi, e con essa le loro ambizioni di marzapane destinate a sciogliersi sotto il primo acquazzone. Al lettore, dunque, non rimane altro che identificarsi con la voce del popolo, dimenticarsi che basta poco per trasformarsi da giudice in giudicato, e godersi il gioco finché è piacevole…


Ritroviamo intatte, in questo romanzo, tutte le caratteristiche che ci avevano fatto apprezzare la Lomunno nel precedente Rosa Sospirosa. Un uso artistico del dialetto pugliese, un piegarlo alle esigenze della letterarietà, un mescolarlo alla lingua italiana per riuscire a dire ciò che né il dialetto né la lingua italiana riescono a dire da soli: sono le carte vincenti di questa prosa. Può piacere, può non piacere, può far storcere il naso (e molti l’hanno fatto); ma nessuno può dire che non ci sia sapienza in queste pagine, e, soprattutto, non si può dire che queste pagine non riescano a dare un vero ritratto della provincia pugliese, la quale (vera novità portata dalla Lomunno) si esprime nella lingua a lei propria. Nero Sud, dunque, è una nuova opera in cui il dialetto smette di essere comunicazione e diventa arte.


(Annalucia Lomunno, Nero Sud, Casale Monferrato, Piemme, 2003, Euro 14,90)

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