Visitando il sito della Cooperativa Dolce Morso che ho linkato nel precedente post, rimango colpito da due cose. Prima di tutto, dalla superba presentazione in Flash (complimenti, peccato però per i modem a 56k, che sono ancora tanti), e poi dalle lingue in cui è presentato il sito: italiano, inglese e... cinese.
Caspita, penso, questa sì che è un'ottima trovata. La Cina, pur possedendo una tradizione vinicola vecchia di duemila anni, preferisce bevande alcoliche derivate dai cereali piuttosto che dalla frutta. Il governo cinese, dal 1987, ha cominciato una campagna per incoraggiare la popolazione a consumare vino di uva piuttosto che vino di cereali (chiamo entrambi «vino» perché il cinese utilizza un'unica parola per qualsiasi bevanda alcolica, anche per la birra), in modo che la produzione di cereali possa servire al fabbisogno alimentare della popolazione piuttosto che alla produzione di alcol. La produzione vinicola cinese è però scarsa, in quanto i contadini cinesi preferiscono raccogliere il frutto prima che giunga a maturazione per paura delle muffe e delle calamità naturali che potrebbero distruggere il raccolto. (Maggiori informazioni su quanto ho appena detto si trovano qui, e soprattutto qui, dove si dice che il mercato del vino in Cina è raddoppiato negli ultimi cinque anni).
Per cui, cercare di espandersi sul mercato cinese, che conta un miliardo e trecentomila individui, è una genialata.
Do un'occhiata, per curiosità, alla pagina in cinese, e...
...ma quello non è cinese, è giapponese. Per quel poco che so di lingue orientali, è giapponese. Prova ne è il fatto che il testo non è composto da soli kanji, ovvero da quegli ideogrammi (comuni a cinese e giapponese) che corrispondono ciascuno a un concetto, ma anche da simboli appartenenti ai due alfabeti sillabici hiragana e katakana, propri del giapponese e sconosciuti al cinese.
Proviamo a vedere il primo rigo del testo: «Dolce Morso no wain...» «Il vino di Dolce Morso...» Dopo le prime due parole in caratteri latini, abbiamo un hiragana («no», che indica in giapponese - e solo in giapponese - il possesso, un po' come il genitivo sassone in inglese), e poi tre caratteri katakana (alfabeto sillabico che serve, in giapponese - e solo in giapponese - a traslitterare le parole di origine straniera: infatti «wain» altro non è che la pronuncia della parola inglese «wine»). Seguono alcuni kanji... Poi, dopo il punto (quel pallino tondo in basso a tre quarti del primo rigo) comincia un'altra frase: «Watashitachi no peeju...» ovvero «Le nostre pagine...» (e, se «Watashitachi», ovvero «noi», è scritto con due kanji, ormai avrete capito che «peeju» è la pronuncia dell'inglese «page», e in effetti è scritto in katakana).
Per ulteriore conferma: proviamo a ricercare con Google la parola «wain» (in caratteri orientali, ovviamente, così come è scritta sul sito di Dolce Morso), e la ricerca darà come risultato siti giapponesi; limitando la ricerca ai soli siti cinesi, i risultati sono molto minori (662 contro l'oltre un milione e mezzo della ricerca precedente), e in realtà anche queste pagine sono scritte in giapponese: lo si capisce tra l'altro, leggendo gli indirizzi web, che riportano parole come «japanese» o sigle come «jp».
(Forse sono stato prolisso e pedante, ma, non conoscendo il giapponese e il cinese, ho preferito fare degli accertamenti, e riprendere i punti del percorso che ho effettuato per verificare le mie ipotesi).
Altro che sviluppo in Cina. Mi chiedo: ma a Dolce Morso sapevano a chi hanno affidato la traduzione in cinese... o per loro bastava che avesse gli occhi a mandorla?
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