mercoledì 25 maggio 2005

L’ANGOLO DELL’ARTE

da mettere da parte


Dal nostro inviato Vittorio Sgorbio



Da qualche tempo, l’arredo urbano mottolese si è arricchito di due mirabili opere in bronzo, che fanno bella mostra di sé in due suggestivi angoli di strada della nostra cittadina. Si tratta del «Bimbo con cartella» (situato nei pressi della scuola materna «Perasso») e del complesso bronzeo «Leggerezza», costituito da due elementi posti all’angolo di piazza Plebiscito. Si tratta di due opere ottimamente riuscite, figlie dei propri tempi, che proiettano perfettamente la città di Mottola nel nuovo millennio.

Il bimbo posto su via Salvo d’Acquisto è la nuova versione, moderna e artistica, del celebre adesivo «Papà non correre». Infatti, sbucando all’improvviso nella visuale dell’automobilista che si trovi a percorrere distrattamente quella via, il bronzo sembra un bimbo in carne ed ossa che si accinga ad attraversare la strada; per cui l’automobilista, preso alla sprovvista da questo geniale trompe-l’œil, è spinto a frenare bruscamente per evitare una catastrofe, ed è successivamente indotto a pensare criticamente alla velocità del suo automezzo e alle possibili conseguenze di essa. Per cui, all’intento artistico si associa una non trascurabile opera sociale di invito alla moderazione della velocità. Tale effetto raggiunge una maggiore efficacia nelle ore successive al tramonto, quando è meno facile discernere la natura fittizia del bronzo.

Ancora più riuscito è l’intento artistico dell’altra opera, raffigurante due bimbi nell’atto di abbassarsi i pantaloni. Si nota infatti un contrasto ossimorico tra la giocondità dei volti, indicante la sfrenata allegria dei due individui che non stanno più nella pelle all’idea di disfarsi del «superfluo peso del ventre» (come scriveva il Boccaccio) e la tensione spasmica dei tendini delle mani, che nervosamente cercano di liberarsi al più presto dall’impaccio degli indumenti (simbolo delle costrizioni imposte dalla società civile, dalle istituzioni umane, dalla cultura) per poter più lestamente rispondere ai richiami del corpo e della natura. Tuttavia, come già il precedente «Bimbo con cartella», e come ogni opera d’arte che si rispetti, il plesso bronzeo mira a spiazzare l’osservatore: le due figure non sono mostrate nella corretta posizione, per cui, anziché porgere le terga al punto di collezione dei rifiuti corporali, esse rivolgono invece il volto al buco della turca, rappresentato dai fori adibiti all’illuminazione notturna del plesso. L’effetto ottenuto è così quello del capovolgimento del luogo comune. In effetti, anche in questo caso l’opera si fruisce meglio, e mostra tutte le sue potenzialità, non già nelle ore diurne ma nottetempo: è infatti il momento in cui i buchi delle turche, illuminandosi, irradiano di splendore i volti dei due infanti, e il gruppo bronzeo si carica di tutto il suo significato (anche simbolico). I buchi, cioè, rappresentano la luce salvifica, la liberazione dalle catene del conformismo, e con la loro accensione viene celebrata la finale rottura di ogni inibizione. La promiscuità rappresentata nel plesso (un maschietto e una femminuccia) simboleggia la confusione prepuberale, quel periodo della vita umana in cui non solo non è ancora completamente avvenuta la corruzione operata dalla cultura, e non ancora totali sono le briglie del Super-io, ma anche quel periodo in cui comuni ai due sessi sono le necessità fisiologiche e alimentari (cacche, zizze e mbrumbe).


(Nella prossima puntata: «La madonnina in Technicolor»)

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