Il 15 maggio 1939 moriva a Mottola Gerolamo Gerloni.
Ho il sospetto che in pochi si ricordino di questa figura. Quelli che a Mottola l'hanno conosciuto di persona, visto il tanto tempo che è passato, forse potranno contarsi sulle dita di una mano. Un po' di più saranno, presumo, coloro che hanno conosciuto la figlia Maria, morta poco tempo fa.
Ma quanti sono coloro che, mottolesi, conoscono la storia di quest'uomo? E quanti sono coloro che hanno potuto leggere almeno una delle sue opere letterarie? Che io sappia, il volume più recente a portare la sua firma è datato 1927 (i due drammi publicati con il titolo collettivo «Naufraghi», di cui una copia è disponibile nella biblioteca comunale di Mottola). Da allora, temo che più niente sia stato ristampato o pubblicato (Gerloni ha lasciato opere inedite).
Va dato merito al volume «Mottola per le strade» (Mottola, 2003), e ai suoi autori Vito Fumarola e Angelo Pavone, per aver dedicato un capitolo a Gerolamo Gerloni. Altrettanto merito va dato al commissario prefettizio Nicola de Mari, che nel 1967 emise la delibera che permise l'intitolazione di una strada mottolese a Gerloni; senza quella delibera, oggi non ci sarebbe il capitolo «Girolamo [sic] Gerloni» nel volume appena citato.
Per il resto? L'oblio quasi totale.
Anche in vita Gerloni non fu fortunato: dedicatosi alle lettere (compose drammi teatrali, novelle, poesie), era poi costretto a dare lezioni private per poter sbarcare il lunario. Carmina non dant panem.
Morì poverissimo.
In morte, questa sfortuna continua. I vari volumi di storia mottolese lo citano en passant, dedicando molto più spazio alla figura di Michele Lentini. E, a proposito di Lentini, che pure di Gerloni fu amico: leggendo il discorso funebre che Lentini pronunciò in morte di Gerloni, si ha l'impressione che neppure lui rese giustizia all'amico. Certo, si tratta tutto sommato di un elogio. Ma perché, in questo elogio funebre, non vengono citate le vicissitudini subìte da Gerloni per cause politiche (il padre, un irredentista trentino, dovette rifugiarsi a Mottola)? Perché non una riga dell'elogio viene dedicata alla citazione della sua produzione letteraria, ma si dice soltanto che «nella scuola trovò il suo rifugio», alludendo alla sua attività di maestro privato? E, soprattutto, come si fa a dire «Ricorderò solo, della tua vita, la tua bontà» quando di lui c'era ben altro da ricordare?
L'elogio fatto da Michele Lentini sembra l'elogio che può essere fatto a un maestrino qualunque. Basta davvero dire che (cito sempre dall'elogio funebre) «Mi fosti fratello di sentimenti e di arte» per ricordare l'attività di Gerloni nel campo della letteratura?
Sono passati 66 anni (e una settimana) dalla morte di Gerolamo Gerloni. E' ora di riscoprire quest'uomo.
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